Che vuol dire dignità del lavoro in un mondo in cui lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici è diventato la norma? Il manifesto dell’incontro nazionale di studi delle Acli in sintesi

Che vuol dire dignità del lavoro in un mondo in cui lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici è diventato la norma? Dove i diritti sono barattati con la sicurezza dell’occupazione? In cui il velato ricatto sostituisce il riconoscimento e la valorizzazione? In cui le innovazioni tecnologiche rischiano di generare un sistema oligarchico e disumanizzante, in cui immensi profitti vengono realizzati da pochi(ssimi) mentre molti combattono per sopravvivere?

Sono domande a cui è difficile rispondere oggi senza essere retorici o, peggio, ipocriti. Tuttavia sono questioni urgenti, messe a tema nel prossimo Incontro Nazionale di Studi Acli e dal documento fondativo che lo precede. Quest’ultimo mette in relazione la dignità, il lavoro, la vergogna e la speranza, quattro aree semantiche in stretto dialogo tra loro.

Infatti, se la dignità è una qualità che spetta ad ogni essere vivente, per il solo fatto di esistere, è proprio nel mondo del lavoro che il rispetto della dignità come precondizione per realizzare pienamente se stessi e il benessere collettivo è più direttamente messo alla prova. La dignità ha anche un tratto relazionale, in quanto viene riconosciuta a sé nella misura in cui viene riconosciuta all’altro. Ma nel mondo di oggi sembra sempre più che l’attribuzione reciproca di dignità non sia il modo di rapportarsi che gli esseri umani hanno con gli altri esseri umani, con ciò producendo un progressivo svilimento del mondo del lavoro e contribuendo al processo di disumanizzazione.

Decenni di flessibilizzazione del mercato del lavoro hanno reso ordinario uno scenario di crescente sfruttamento prima impensabile. Meno diritti non ha significato più lavoro e più crescita, ma solo meno diritti. Interi gruppi sociali (i giovani, gli anziani, gli immigrati…) sono sacrificati sull’altare di un modello di sviluppo che produce grandi ricchezze per poche persone e povertà per molte altre ed è insostenibile dal punto di vista sociale e ambientale.

Ma al di là di tali derive, è proprio qui che si può apprezzare la sostanziale tenuta valoriale rispetto alla domanda di dignità del lavoro. Una domanda di tutela del contraente più debole e una domanda di senso che oggi è più che mai rilevante sia per la singola persona, come mezzo dignitoso di sostentamento, sia come senso per la collettività in vista del bene comune. Nel lavoro si traduce fattivamente il legame di solidarietà con gli altri, perché chi lavora non lo fa mai solo per sé. Diversamente non sono solo le persone che entrano in crisi, ma l’intero sistema democratico, perché non si sente più di appartenere alla medesima comunità di destino.

Cosa può aiutarci ad uscire dalla china pericolosa che abbiamo intrapreso? Innanzitutto – suggerisce il documento –, il senso di vergogna, perché essa è intimamente legata alla dignità ed è un sentimento non solo intimo, ma anche sociale. Proviamo vergogna quando siamo colpiti e indignati per una situazione di palese ingiustizia nei confronti di chi è fragile. Attraverso il senso di vergogna riconosciamo la realtà che tocca la vita degli altri e compiamo un passo per aprirci alla relazione con il prossimo.

Provare vergogna quando il disagio degli altri è il prodotto di modelli di pensiero e di responsabilità profondamente radicati e presenti nella società motiva a respingere strutture che anziché la pace sociale producono la morte sociale. La vergogna è in-dignazione e motore che spinge l’essere umano a contrastare le forme di ingiustizia. Nel mondo la dignità è spesso ferita e bisogna essere capaci di provare vergogna per attivarsi e opporsi alle strutture che minano l’integrità della persona umana. La vergogna non è lo sdegno ipocrita che lascia tutto com’è, bensì la determinazione a mettere in campo tutto quanto è necessario e possibile per mutare una situazione indecente.

Ma il documento va oltre, perché la vergogna non basta: serve la speranza. Solo una visione ideale e spirituale dà la forza di sperare e lo slancio verso il domani. Serve un’azione a favore delle donne e degli uomini che lavorano, che hanno bisogno di una nuova alleanza fondata sulla comune dignità umana, che non rinuncia al conflitto ma è ricca di potenzialità e feconda di sviluppi. “Costruire speranza” consiste nel proiettarsi nel futuro con fiducia, elaborare visioni di lungo respiro e ampio raggio, condividere con gli altri il progetto di avvenire da costruire insieme. La speranza che si sviluppa nella relazione con gli altri è la visione del futuro possibile, l’ottimismo che guida verso il raggiungimento dell’obiettivo, anche quando il contorno non è incoraggiante. La speranza esprime una volontà, un desiderio. Senza la dimensione della speranza la critica e la protesta rimangono lamentela e non producono cambiamenti, non sostengono la creatività individuale e collettiva nell’individuare soluzioni praticabili. In estrema sintesi, il documento rappresenta un richiamo rivolto a tutti ad affermare la speranza e la dignità nella società e nel lavoro, per gettare le fondamenta di un futuro di pace e di autentico sviluppo umano.

Dignità e lavoro: tra vergogna e speranza https://pop.acli.it/images/INS2022_logoG.jpg Redazione POP.ACLI