La memoria è qualcosa più del ricordo, ha un suo contenuto di rielaborazione del passato: la memoria è già un processo riflessivo con attribuzione di valore e significato...

La memoria è il diario che ciascuno di noi

porta sempre con sé.

(Oscar Wilde)

La memoria è un’attività fondamentale della nostra mente. Non rappresenta solo l'immagine di qualcosa che è stato, ma fissa quell’idea, in modo tale da favorire la conoscenza e alimentare la riflessione e il senso critico, da fare “cultura”. Non opera solo a livello individuale ma anche collettivo, perché ci sono ricordi che condividiamo come gruppo sociale.

Ma la memoria è qualcosa più del ricordo, perché ha un suo contenuto di rielaborazione del passato: la memoria è già un processo riflessivo con attribuzione di valore e significato, seleziona e ricostruisce, valorizza ed esalta quei sentimenti e quei valori realmente umani, come la solidarietà, che magari sono rimasti silenti o trascurati. Inoltre, la memoria collettiva presuppone e richiede processi comunicativi ma contiene anche e comunque un elemento emotivo, di partecipazione diretta, di coinvolgimento.

Riguarda momenti importanti che costruiscono l’identità e la coesione del gruppo, in cui questo si riconosce. E spesso rimanda a momenti drammatici, segnati dalla violenza, che è fondamentale rammentare anche per poter individuare la violenza che ancora ci circonda. Serve a distinguere quanto ancora sussiste di situazioni passate. La memoria fa sì che la storia narrata non si ripeta. Funziona come una specie di anticorpo, perché fa riconoscere i segnali e mette a disposizione gli antidoti. La memoria può servire come segnale d’allarme alla società, mostrando come certe azioni, e anche certe omissioni, possono essere foriere di conseguenze nefaste per la comunità.

La memoria consiste soprattutto nella possibilità costantemente offerta all’umanità di migliorare sé stessa. La memoria è, insieme, ricordo e impegno. In questo si distingue dalla storia: se quest’ultima è raccolta e interpretazione di eventi passati, con un punto di vista che è sempre esterno e distinto, la memoria è invece il passato che prosegue nel presente, al quale offre il proprio insegnamento, evitando che si commetta l’errore di archiviarlo senza che abbia prodotto frutto. «La memoria è un presente che non finisce mai di passare», come ha scritto il poeta messicano Octavio Paz.

Anche la memoria – come la storia – ha un significato cognitivo, perché promuove la conoscenza, e anche – con le dovute cautele – pedagogico; ma di natura diversa. Se la storia è una memoria collettiva critica e sistematica, la memoria è qualcosa di vivo, che non si arrende all’oblio del tempo. Parole significative sono state scritte in merito, secondo le quali esistono «due modi distinti di porsi rispetto al tempo trascorso: la memoria tende ad unire il presente e il passato, o, meglio, a rendere presente il passato; la storia, pur partendo dalle domande del presente, ne ratifica e ne persegue la irreparabile separazione. Si potrebbe dire che in un certo senso la memoria rifiuta la morte e la storia la accetta»[1].

Lo scopo non è solo ricordarci che l’essere umano ha la capacità di generare orrore ma che l’umanità ha la possibilità ogni giorno di abbandonare quella capacità, di emanciparsene. La memoria ci ricorda quale umanità vogliamo essere e il nostro patto sociale, le scelte che hanno dato vita al nostro stare insieme. In questo senso è un efficace strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente. La memoria interpella il presente e chiede di riproporre, aggiornandolo, quanto di buono c’è stato e di abbandonare il resto. È una funzione proattiva: è il modo in cui portiamo dentro esperienze del passato, e come ne conserviamo il ricordo perché ci faccia tenere una certa rotta.

Per questo, non è interesse principale della memoria restituire immagini del passato in base ad un principio di “fedeltà”, quanto preservare quelle che servono al presente e sono significative per la continuità della vita di un gruppo, per orientarlo al futuro. Così può diventare uno strumento per costruire il futuro e per nutrire fiducia nell’avvenire. Per questo, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda poteva affermare: «un popolo senza memoria è un popolo senza futuro». Si elabora l’essenza del passato per avere la giusta consapevolezza nell’oggi e preparare un domani fondato sull’imperativo ad andare verso un mondo più giusto ed equo.

Tra storia e memoria, che sono collegate e interagenti, esiste comunque un’interazione complessa. In qualche modo, la storia è memoria di memorie che ha una relazione sua propria col presente: una memoria caratteristica di un gruppo. La memoria, infatti, ha spesso a che fare con l’identità delle nazioni, per le quali la memoria collettiva risulta un elemento fondante, purché non si traduca nell’azzeramento o nell’occultamento delle differenze, o in un’operazione che riscriva la storia epurandola da certi eventi, bensì, al contrario, nell’appropriazione di tutta la propria storia da parte della comunità.

Rielaborare il passato anziché rimuoverlo è positivo per qualunque gruppo sociale e offre ad esso la possibilità di rinsaldare la sua identità. Non senza attuare una trasformazione del passato che passi per l’attribuzione di senso e valore. Tale rielaborazione, lungi dall’assumere i contorni della dimenticanza, consente al passato di divenire effettivamente passato: una risorsa per il presente, anziché un’eredità paralizzante. È certo un processo delicato e non privo di insidie. Milan Kundera in proposito ha scritto che «il passato è pieno di vita e il suo volto ci irrita, ci provoca, ci offende, e così lo vogliamo distruggere o ridipingere. Gli uomini vogliono essere padroni del futuro solo per poter cambiare il passato. Si battono per poter entrare nel laboratorio dove si ritoccano le fotografie, dove si riscrivono le biografie e la storia»[2]. Egli ha voluto così mettere in guardia contro questo pericolo, perché è una forma di potere molto ambita quella di poter riscrivere la storia secondo interessi di parte.

Oggi ricordare e “allenare” la memoria rappresenta una sfida consapevole, un’azione quasi rivoluzionaria, immersi come siamo nella dittatura del presente, che ci bombarda di stimoli ma che al tempo stesso ci costringe alla smemoratezza immediata. Anneleise Knoop-Graf, sorella minore di Willi Graf, uno dei membri principali del gruppo di resistenza antinazista la Rosa Bianca, che per tutta la vita ha lavorato instancabilmente per mantenere viva la memoria del fratello, ha sintetizzato il concetto nella frase «dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto». Perché la memoria – in definitiva – è una storia militante, che prende posizione, che si schiera. Formula giudizi in base a principi e valori, come la storia non può essere chiamata a fare. E, in ultimo, ci chiama a mettere in campo la nostra parte di responsabilità.

 

[1] Cfr. Jedlowski P., Presentazione di “Memoria e storia”, A. Rossi-Doria, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 1998, p.13.

[2] Cfr. M. Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, Adelphi, Milano 1998 (prima pubblicazione 1978), p. 35.

La Parola: Memoria https://pop.acli.it/images/MARZO_2025/memorial-7270828_1280.jpg Redazione POP.ACLI