Viaggio in Europa. La dignità nel “paese delle meraviglie”...

Non è facile descrivere il senso e la storia di un concetto così importante e complesso come la dignità. La discussione nel merito ha origini assai lontane; per questo sarebbe troppo difficile, e anche poco rispettoso, ricostruirla in poche righe. Accettando anche il rischio di una semplificazione eccessiva, dobbiamo necessariamente restringere il perimetro della nostra riflessione. Immaginando di fare un viaggio seguendo le traiettorie che la parola dignità ha tracciato negli anni, ci soffermeremo a riflettere nei “luoghi” più significativi in cui essa ha trovato riparo: trattati, costituzioni, ecc.

Pur ristretto, il campo d’analisi così definito rimane ancora troppo vago; occorre introdurre un ulteriore criterio, selezionando anche le fasi storiche significative in cui questa parola ha ricevuto maggior attenzione. A tal fine possiamo individuare due grandi momenti nei quali il concetto assume una evidente centralità nella nostra storia più recente: il periodo post-bellico e l’inizio del nuovo millennio. Ovviamente ci sarebbero tante altre date e tanti altri documenti da individuare e, soprattutto, tanti altri criteri da applicare, ma bisogna fare delle scelte e queste sembrano adatte allo scopo che ci si propone.

Non vi è dubbio che durante le due guerre mondiali le nazioni europee abbiano dato il peggio di loro stesse. In particolare, la Seconda guerra mondiale si ricorda per la sua brutalità, per i continui bombardamenti che coinvolsero civili innocenti, per i campi di sterminio nazisti, per il fascismo e lo stalinismo. Insomma, quell’esperienza costituì un vero e proprio laboratorio del male, reso così normale che, in alcuni casi, fu definito finanche banale.

Dalle ceneri di questo disastro umano scaturì una nuova consapevolezza, una visione rigenerata dell’uomo e dello Stato. Questo cambiamento lo possiamo rilevare anche nelle carte costituzionali delle due nazioni maggiormente coinvolte nei crimini commessi durante la Seconda guerra mondiale: la Germania post-nazista e l’Italia post-fascista. La Repubblica Federale di Germania, nel maggio del ’49, dichiarò nel primo articolo della Costituzione che “la dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere rispettarla e proteggerla […] il popolo tedesco riconosce quindi gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamentali di qualsiasi comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.

Un anno prima fu l’Italia ad inserire il concetto di dignità nella Costituzione, attribuendole una dimensione sociale. Quest’accezione si deve a Giuseppe Dossetti, antifascista, cattolico, membro dell’Assemblea costituente e componente della commissione “incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione”, che nel famoso ordine del giorno proposto il 9 settembre 1946 sosteneva la precedenza sostanziale della persona umana rispetto allo Stato e la necessità di riconoscere la socialità di tutte le persone nel testo costituzionale.

Questa originale declinazione della dignità in Italia la ritroviamo in particolar modo nell’Art. 3 della Carta: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Visione sostenuta e rafforzata anche nel secondo articolo, che assegna alla Repubblica il compito di riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Per i nostri padri costituenti, come visto, la dignità andava ben oltre la persona stessa, ed era compito della “Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3).

Seguendo la parola dignità nei “luoghi” in cui ha trovato accoglimento, notiamo che ad essa riservano un posto d’onore le Nazioni Unite, che, nel dicembre del 1948 a Parigi, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la pongono a fondamento della pace nel mondo (Preambolo).

Molti anni più tardi, nel 2007, i concetti di dignità e pace sono stati ripresi dall’Unione Europea la quale, con il Trattato di Lisbona, ha inserito il primo tra i valori che la sostengono (Art. 2) e il secondo tra i suoi più importanti obiettivi (Art. 3). L’unione indissolubile tra la dignità e la pace è stata ulteriormente rafforzata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, adottata col trattato stesso.

Le traiettorie tracciate dalla parola dignità ci hanno mostrato come essa costituisca una sorta di cerniera tra giustizia sociale e pace. Queste dimensioni, nella recente storia europea, appaiono indissolubili: l’una non potrebbe esistere senza il supporto delle altre due.

La dignità, dunque, non è una parola vuota, essa ha bisogno di un areale adatto: un ambiente sociale ed economico che non la neghi, che non la mortifichi, che la faccia crescere e diffondere. Non è un caso che tra gli obiettivi dell’Unione (Art. 3, Trattato di Lisbona), oltre alla pace succitata, troviamo anche la realizzazione di una economia sociale di mercato, volta alla piena occupazione e al progresso. Ossia un modello economico che unisce, o prova ad unire, il libero mercato e la giustizia sociale, dove un ruolo centrale lo assumono lo Stato e il sistema di welfare, che con la loro azione correttiva riparano gli errori che il libero scambio produce in termini di squilibri nella distribuzione delle ricchezze e di ingiustizie, affinché tutti i cittadini possano vivere con dignità.

Quest’ultima In Europa è protetta da quattro modelli sociali: quello scandinavo, quello continentale, quello anglosassone e quello mediterraneo. Oggi, purtroppo, sono posti tutti in discussione e rischiano di indebolirsi irreparabilmente. I conflitti che infestano il mondo, le tensioni commerciali globali, il trumpismo stesso, stringono in una morsa fatale i valori e i princìpi su cui è stata edificata l’Unione.

A complicare il quadro c’è anche la corsa agli armamenti che gli stati europei hanno messo in moto, nonché la deriva bellicista che la stessa UE sta avviando. Il 12 marzo 2025 il Parlamento europeo ha votato il Libro bianco per una difesa comune dove si ricorda che l’Unione “è un progetto di pace e dovrebbe adoperarsi per la pace e la stabilità” (Art. 2), e che a tal fine occorre diventare più resilienti, ossia: riarmarsi.  Questa situazione, se non controllata, potrebbe modificare il contesto socioeconomico del vecchio continente, mettendo in discussione i concetti di dignità e sicurezza sociale, oltre alla pace stessa. Come europei, in virtù della nostra storia e dei valori che ci hanno unito sinora, non dovremmo intraprendere questa strada.

Il dubbio è che le tensioni interne ed esterne all’Europa stiano indebolendo il suo visionario modello sociale, inteso in senso ampio, rischiando così di interrompere un sogno nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e con esso anche quel meraviglioso viaggio della dignità e della pace che abbiamo sin qui seguito e che speriamo di poter continuare a raccontare ancora per lungo tempo.

La parola: Dignità https://pop.acli.it/images/APRILE_2025/human-rights-3805188_640.jpg Redazione POP.ACLI