La partecipazione è vissuta a vari livelli: dalla semplice informazione al discernimento e alla presa di posizione, fino all’attivazione vera e propria a favore di una causa, la propria o quella degli altri, in solitudine (raramente) o in collaborazione con singoli, associazioni o corpi sociali...
“Libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber nel suo componimento del 1972. Il messaggio era piuttosto chiaro: la libertà non è un regalo, ma una conquista che richiede impegno e partecipazione da parte di ognuno di noi. E la partecipazione, cos’è?
La mancanza di fiducia nella politica e il crescente astensionismo alle urne parlano chiaro. Il profetico racconto di José Saramago, Saggio sulla lucidità, che narra di un paese in cui i suoi cittadini si ribellano votando in maggioranza scheda bianca, sta diventando reale: un italiano su due, ormai, diserta le urne. Stiamo infatti vivendo una crisi della democrazia rappresentativa tutt’altro che estemporanea. Nonostante ciò, un gran numero di cittadini, anche fra quelli che non si sentono rappresentati, vuole partecipare alla vita pubblica e lo fa in modi e mondi molto diversificati, dimostrando che il voto non è più considerato lo strumento di partecipazione per eccellenza, anzi. Disertare le votazioni non è necessariamente segno di apatia (come piacerebbe credere a qualcuno), quanto sempre più un segno di disincanto nei confronti dell’attuale espressione della politica in senso proprio, una sorta di disillusione che in molti casi diventa però una disillusione attiva.
Se si prova a fare la domanda “cosa ti evoca il termine partecipare?” le persone tendono a rispondere con diverse parole - empatizzare, manifestare, esserci, esprimere sé stessi, impegnarsi, sentirsi liberi, associarsi – ma il senso della risposta sembra essere univoco. Infatti, tutte le definizioni date hanno in sé il seme della critica costruttiva, dell’attivismo e dello stare insieme.
Accanto a quest’eterogeneità di definizioni, nel tempo la partecipazione ha assunto una moltitudine di forme, tant’è che oggi può essere più o meno diretta, inclusiva e strutturata. A quarant’anni dal primo, il decimo Rapporto sull’associazionismo sociale elaborato da Iref nel 2024 prova, infatti, a descrivere il composito mondo associativo, la continuità con il passato nelle sue forme più tradizionali e le sue trasformazioni. Vi è una moltitudine di espressioni della partecipazione, dal volontariato all'attivismo, dal finanziamento partecipativo al consumo responsabile, dalla partecipazione deliberativa alle cosiddette piattaforme consultive, ecc.
Tuttavia la partecipazione, che può essere idealmente suddivisa in tre diverse fasi (pur senza confini netti), può essere vissuta a vari livelli: dalla semplice informazione, conditio sine qua non per sentirsi partecipe di un mondo che gira sempre più vorticosamente fra il globale e il locale, al discernimento e alla presa di posizione (cognizione) su determinate questioni, fino all’attivazione vera e propria a favore di una causa, la propria o quella degli altri, in solitudine (raramente) o in collaborazione con singoli, associazioni o corpi sociali.
Per quanto riguarda l’informazione, ovvero il primo passo verso la partecipazione, è importante che sia il più possibile diversificata, plurale e accessibile proprio per permettere alle persone di conoscere e capire bene cosa accade nel mondo. Una informazione accurata è oggi ancor più necessaria, visto il dilagare delle notizie online dove non è facile distinguere tra informazioni attendibili e fake news e dove la polarizzazione delle opinioni non aiuta a leggere la realtà per quella che è realmente.
Una buona informazione aiuta a discernere e prendere posizione, il secondo passo per dare alla partecipazione una forma più costruttiva. Dopo la raccolta delle notizie e un processo di scomposizione e ricomposizione di tutte le informazioni - possibilmente in collegamento con il territorio di riferimento – è possibile acquisire una propria consapevolezza e, attraverso un meccanismo di mutuo riconoscimento, avviare un dialogo di senso con altri cittadini o realtà associative, economiche ed istituzionali, con cui si è interessati a condividere un comune percorso.
Talvolta, queste due fasi portano anche all’attivazione, nonostante questa non debba necessariamente essere un punto di arrivo. Ogni persona sviluppa uno specifico livello e tipologia di partecipazione, a seconda della propria storia, del territorio in cui vive e della rete che è capace di avviare e mantenere. In questo senso, non è solo importante guardare agli attori che sviluppano partecipazione, esercitando un'influenza sulla realizzazione dei progetti o di una visione comune, ma anche ai contesti in cui questi si muovono.
Cosa può fare un’associazione come le Acli per costruire buona partecipazione? Quali spazi ci sono nelle nostre reti per definire e sviluppare un nuovo agire collettivo? Le associazioni, come corpi intermedi, giocano un ruolo determinante in tutte le fasi descritte, sia in quella delicata dell’informazione, rendendola accessibile attraverso una pluralità di linguaggi, sia in quella del discernimento e della consapevolezza sull’esigibilità dei diritti. Anche sul fronte dell’attivazione, le associazioni, avendo per lo più un ruolo di intermediazione, sono determinanti per creare un legame di fiducia (che nel tempo è venuto erodendosi) tra i cittadini e le istituzioni; ma anche per offrire una prospettiva di cambiamento e speranza sulle maggiori questioni sociali.
In questo quadro, la campagna Pace Lavoro e Dignità delle Acli, con più di 400 iniziative svolte fra aprile e giugno su tutto il territorio nazionale, è stata capace di attivare una notevole partecipazione a livello regionale, provinciale e di circolo. Le Acli sono emerse come vero e proprio luogo di partecipazione, dove è possibile sviluppare molte alleanze con altri soggetti sociali e una certa capacità di immaginazione politica. Quest’ultima è stata testata anche attraverso l’organizzazione dei Laboratori di Futuro, una trentina di gruppi locali di discussione, composti da aclisti e non (ovvero svolti in collaborazione con il mondo associativo, istituzionale ed economico) nei quali si è tentato di prefigurare il futuro di un territorio, passando da uno scenario prima distopico e poi utopico, con l’obiettivo di elaborare strumenti di democrazia attiva.
Insomma, come ha affermato il politologo Loic Blondiaux durante il 33esimo Forum della comunicazione pubblica di Rennes, sembrerebbe che oggi, nonostante la sfiducia nei confronti della politica tradizionale, ci sia ancora voglia di democrazia, in particolare di una “democrazia del fare” e l’associazione appare come uno dei luoghi privilegiati in cui esprimerla. Fra le pieghe della società, guardando anche al mondo dei giovani, delle donne e degli immigrati, c’è una certa ricchezza di idee e di creatività capace di prefigurare - in questa società complessa - un nuovo modo di agire, di fare politica. Una politica in grado di creare un futuro che sia capace di tenere insieme globale e locale, unità e diversità, nel pieno rispetto di tutti e nella piena libertà di partecipazione.