Emerge spesso nel nostro Sistema Paese un lavoro cattivo e c’è un popolo del lavoro sempre più offeso e rassegnato di fronte alla tanta sospensione della legalità che lo circonda e l’opprime, ma non è tutta così la nostra economia: tantissime imprese e tanti accordi tra sindacati, imprese, enti locali, dicono di un’Italia migliore che siamo e potremmo essere in pieno, rimettendo la dignità prima del denaro...
Più di mille morti l’anno e numeri in aumento. Senza contare gli infortuni e le malattie. Sono numeri che non possono appartenere al XXI secolo. Le cause sono spesso differenti e tra queste c’è anche l’errore umano oltre ai tanti infortuni andando o tornando dal lavoro, ma ci sono anche i frutti avvelenati di un’economia malata, dove la realtà vera del lavoro ti viene raccontata solo a microfoni spenti. Dove per gli stranieri e i giovani, nonché in diversi settori, il sommerso è spesso la “norma” a cui si è sottomessi. Dove capita di ascoltare una ragazza che preferisce andarsene che denunciare il suo datore di lavoro che l’ha presa a sberle oppure un sindacalista che sospetta che nei campi coltivati siano sepolti dei lavoratori rimasti ignoti (come i militi). Dove chi deve controllare rischia di alzare bandiera bianca di fronte alla giungla di contratti, subappalti di subappalti, precarietà, complicità e, non di rado, caporalato mafioso.
Emerge spesso nel nostro Sistema Paese, sovente anche nell’indotto pubblico, un lavoro cattivo, fatto di stress, di sfruttamento, di scarsa formazione, di menefreghismo delle norme minime, di subappalti per tagliare vergognosamente i costi, di ditte fornitrici obbligate a lavorare sottocosto, di contratti collettivi nazionali di lavoro accreditati, ma di fatto incostituzionali per quanto sono poveri. C’è un popolo del lavoro sempre più offeso, ma rassegnato di fronte alla tanta sospensione della legalità che lo circonda e l’opprime, spesso assecondata da misure propinate come “sburocratizzazione”. Un mondo che vede sempre più oppressi e sotto ricatto o contrattualizzati irregolarmente tanti migranti (tra i quali fonti sindacali stimano più di 2/3 dei morti), confinati forzatamente nella clandestinità e nello sfruttamento, nonostante siano forza lavoro della quale sempre più si avvale la nostra economia e il nostro PIL, incluse tante famiglie per far fronte ai bisogni di cura e assistenza sui quali lo Stato ha da tempo arretrato.
Non è tutta così la nostra economia: tantissime imprese e tanti accordi tra sindacati, imprese, enti locali, dicono di un’Italia migliore, che siamo e potremmo essere in pieno, rimettendo la dignità prima del denaro. Ma nel complesso il sistema Paese vive spesso di ciò che lo fa morire. E non sono solo i morti sul lavoro a raccontare di un’economia dei troppi compromessi (e dell’inedito extra-arricchimento di pochi). C’è tanto inquinamento legittimato dalle leggi, anche europee, come quello che ancora consente l’uso del glifosato e di tanti pesticidi, c’è la vicenda ex-Ilva che attende da anni giustizia e “decarbonizzazione”.
Non ultimo c’è il cattivo esempio di una politica che ha investito in un’economia di morte. Facciamo PIL sulla vendita di armi anche per fornirle a dittature e Paesi in guerra come avviene tra gli altri con l’Azerbaigian, l’Arabia Saudita e il Qatar, nazione ospitante gli ultimi campionati del mondo di calcio, sostenitrice dei terroristi talebani e di quelli di Hamas, nonché a Israele che ora spara addosso anche ai nostri soldati. Come del resto si è fatto per anni con la Russia di Putin, alla quale tutt’ora indirettamente arrivano armi italiane.
Non bastano allora le misure spot, tanto più se deboli come quelle accennate dal Governo. Non si vede la volontà politica di combattere questo sistema.
Si deve puntare sulla sicurezza sul lavoro partendo dalla formazione obbligatoria innanzitutto per gli imprenditori, vera e non di carta, e poi dalla formazione in tutte le scuole. Ma innanzitutto: svincolare le risorse miliardarie in capo all’Inail, più controlli e controllori, un maggiore uso delle tecnologie (abbiamo telecamere ovunque e non sui binari né sui cantieri o dove vi sono macchinari pericolosi), lo stop ai subappalti a cascata e stesse regole negli appalti per pubblico e privato, parità di trattamento di chi lavora contro le esternalizzazioni opportuniste e messa al bando dei contratti collettivi indegni e di tanta precarietà.
Ci sono poi 3 aspetti fondamentali.
Primo: serve una seria e ordinaria regolarizzazione dei lavoratori migranti. Senza la quale, per altro, lo Stato rinuncia anche a miliardi di contributi e tasse, nonché ad arrestare l’altrimenti irreversibile declino demografico e, di conseguenza, quello dei risparmi delle famiglie, basati prevalentemente sul mattone (visto che il numero di potenziali genitori italiani è già un terzo in meno rispetto a quanti fossero nei già poco fecondi anni 2000). L’impossibilità di portare alla luce del sole la vita anche lavorativa di queste persone è una profezia di ulteriori tragedie e diffonde lavoro grigio e carenza di legalità per tutti. Senza volerlo il reato di clandestinità, lungi dal ridurre la clandestinità, l’ha negli anni diffusa anche a chi non è immigrato, rendendo di fatto sempre più invisibili anche tanti altri lavoratori, inclusi i giovani che sempre più si dichiarano prevalentemente favorevoli al lavoro nero. E questa invisibilità delle condizioni reali di lavoro è sempre più alla radice di tante morti.
Secondo: è necessaria una Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, per rendere più rapide, efficienti ed efficaci le indagini, determinante anche per lavorare sui dati e imprimere una forte azione di prevenzione, nonché per coordinarsi con la Direzione Nazionale Antimafia sull’intreccio tra non rispetto delle norme e radicamento economico delle mafie. Non ci raccontiamo favole, il numero elevato di imprese anche se aumentano i controlli non permetterà di superare la media di una visita ogni 10 anni. Se non si rafforza l’operato della Giustizia l’impunità diffusa continuerà a impedire un’azione di vero contrasto.
Terzo: dal 15 luglio 2023 il Parlamento ha adottato le norme europee sul Whistleblowing, che vincolano le aziende a predisporre un sistema di raccolta delle segnalazioni di illeciti che garantisca la privacy del dipendente o collaboratore segnalante. Peccato però che non si tenga conto della realtà italiana fatta di tantissime piccole o micro imprese, che ne sono escluse. Oltre a potenziare il sistema di controlli, gravemente carente, occorre che questa possibilità di segnalazione che tutela la privacy del segnalante, sia diffusa in modo agevole a tutti i contesti, senza burocrazia. Si può fare limitandosi ai rischi più gravi, di rilievo penale, per intervenire su tante situazioni di pericolo per i lavoratori e le lavoratrici, spesso anche autonomi o piccoli imprenditori, avvalendosi - oltre ai sindacati - anche dell’operato specifico di enti di Terzo settore magari in accordo con i Comuni. Molte morti originano in contesti omertosi e coatti: servono azioni come quelle fatte attraverso gli sportelli o i telefoni antiviolenza nel contrasto alla violenza sulle donne, dove si possa essere ascoltati senza dover esporsi.
Ma alla politica manca la volontà di guardare negli occhi la realtà.
E più in generale, metaforicamente, dobbiamo interrogarci se nel cervello di tutti, non solo di tanta classe dirigente della nostra società, il posto dell’intelligenza ormai non l’abbia preso il portafoglio ovvero il mero calcolo d’interesse; se non si sia allo stesso tempo vittime e carcerieri di un senso della vita ristrettosi nel tempo a “ciò che conta” o “è utile” - principalmente soldi e tecnologia - dimenticandosi di un panorama più ampio che mette lo stesso “utile” o il “funzionale” al servizio di tutti, che li finalizza al bisogno umano degli altri, delle relazioni, dell’armonia con l’esistenza umana e del pianeta. Perché il senso della vita è la vita stessa, di e con ogni essere vivente, attorno a noi e ovunque. E il lavoro non è mero scambio soldi-prestazioni, è vita, spesso la parte più ampia della nostra vita…