Nelle Acli Rosati ha dato il meglio del suo impegno di credente. Non aveva mai smesso di essere parte delle Acli. Gli piaceva anche pungolare i dirigenti, chiedendo loro coraggio e non soltanto prudenza...

La scomparsa di Domenico Rosati ci ha toccato il cuore e ci ha resi più soli. Non aveva mai smesso di essere parte delle Acli. Gli piaceva sentirsi il trait d’union con la storia aclista più gloriosa e travagliata. E anche pungolare i dirigenti, chiedendo loro coraggio e non soltanto prudenza.

Nelle Acli Rosati ha dato il meglio del suo impegno di credente. E’ stato il presidente più longevo. Undici anni di guida, dopo quasi un trentennio da militante, dirigente nazionale, direttore di Azione sociale.

Entrò nelle Acli quando alla testa era Dino Penazzato. E gli toccò un destino simile. Di avviare una stagione nuova che modificava anche tratti dell’identità del movimento.

Credo che Rosati, come Penazzato, possa essere considerato un ri-fondatore delle Acli. Dopo la rottura della Cgil unitaria, che tolse alle Acli il mestiere di corrente sindacale cattolica, Dino Penazzato riuscì infatti a scongiurare il dissolvimento nella neonata Cisl o nell’Azione cattolica preservando una autonomia aclista in campo sociale e attribuendole l’ambizioso compito di essere “movimento operaio cristiano”. Penazzato ricevette un aiuto decisivo da Giovanni Battista Montini, ma ugualmente forzò il confine “formativo e sociale” disegnato dal futuro Papa. Le Acli già negli anni Cinquanta erano una problematica frontiera.

Questa frontiera poi venne spostata ancora più avanti da Livio Labor ed Emilio Gabaglio, sospinti dal vento del Concilio e dalle battaglie sociali di cui furono protagonisti.

La terza fondazione delle Acli, ovvero la stagione di Rosati, fu la reazione al trauma della deplorazione di Paolo VI. L’ipotesi socialista di Vallombrosa e le idee circolanti in casa Acli vennero giudicate una deviazione “dottrinale e sociale”. Un dissenso verso lo stesso magistero.

Merito storico della presidenza Rosati fu quello di ricomporre la frattura, restituendo alle Acli la credibilità di un’associazione di laici credenti che, in coerenza con la propria fede (e non in contrasto con la Chiesa), compie nella città dell’uomo scelte che attengono alla propria responsabilità.

Ma merito ancora maggiore fu di averlo fatto senza rinnegare l’idealità, l’intraprendenza, la sostanza delle convinzioni maturate all’interno delle Acli.

Non si tornò indietro dal pluralismo delle scelte politiche dei cattolici. E dal pluralismo dentro le Acli.

Non si tornò indietro nel pensiero critico sulle forme del capitalismo, sulle strutture dell’ingiustizia sociale, sul cammino da compiere insieme a quanti si battono per una società migliore, senza integralismi.

Una “revisione ideologica” tuttavia avvenne. Fu superato l’impianto classista, che in fondo risaliva a prima degli anni Sessanta.

Momento della svolta fu il convegno di studi del ’73 sulle classi sociali, organizzato da Rosati allora vicepresidente, a cui parteciparono Sylos Labini, Ardigò, Gorrieri e padre Sorge. La società italiana si era fatta più articolata, e l’impegno per un nuovo sviluppo richiedeva una pluralità di attori e di parti sociali.

Su questa analisi si fondò la trasformazione delle Acli da componente del movimento operaio a movimento della società civile.

Una rinnovata carta d’identità che poi restò valida nei decenni successivi e che consentì tutte le tappe ulteriori del movimento.

Rosati ebbe accanto a sé un gruppo dirigente di alta qualità, che la ritrovata unità interna valorizzò. In quel gruppo si affermarono i suoi successori, Giovanni Bianchi e Franco Passuello.

Grande fu lo sforzo di elaborazione di quegli anni. Rimase come elemento di fondo il senso di politicità dell’esperienza aclista. Movimento della società civile per la riforma della politica, era lo slogan del tempo. Società civile non intesa come antagonista dei partiti ma come luogo di partecipazione, di impulso, di autorganizzazione.

Il convinto sostegno che le Acli di Rosati diedero alla politica di solidarietà nazionale di Aldo Moro e al confronto con il Pci di Enrico Berlinguer aveva origine in questa visione della democrazia compiuta.

Non soltanto una reciproca legittimazione tra i partiti popolari, ma una più ampia articolazione del pluralismo sociale, nella prospettiva di uno Stato-espressione effettiva delle comunità e delle autonomie civili.

Questo diede ulteriore spinta anche alla battaglia delle Acli per l’unità sindacale. Per le Acli la democrazia non è mai stata solo forma. E’ stata sempre legata a traguardi concreti di giustizia sociale. E alla pace, fondamento della nuova Europa.

Per la pace Rosati schierò le Acli fino a sfidare la realpolitik. Nella stagione degli euromissili le Acli scesero in piazza. A chi le accusava di fare il gioco del nemico, risposero con la grande marcia Comiso-Ginevra, culminata nell’incontro con le delegazioni statunitense e sovietica, alle quale Rosati chiese la stessa cosa: il disarmo.

Dopo la freddezza aclista dei primi anni Settanta verso la Dc, con Benigno Zaccagnini si ritrovò una sintonia. Ma la freddezza tornò, almeno per Rosati, negli anni del pentapartito. Nell’87 lasciò la presidenza delle Acli e fu eletto senatore indipendente nelle liste democristiane. Contribuì alla legge 104 sull’assistenza, ma non rinunciò a esprimere il proprio esplicito dissenso, come fece don Giuseppe Dossetti, sulla prima guerra del Golfo.

Non era allineato. E questo gli costò il secondo mandato parlamentare. Rosati tornò a scrivere e andò a lavorare alla Caritas, da volontario, affiancando il suo vecchio amico Giuseppe Pasini, ex assistente delle Acli.

Rosati ha lasciato un segno nella storia del cattolicesimo democratico e sociale. Nel ’75 fece parte del comitato preparatorio di Evangelizzazione e promozione umana. Poi, dieci anni dopo, al convegno ecclesiale di Loreto cominciò la stagione ruiniana e Rosati fu dalla parte degli sconfitti. Ciò non gli impedì comunque di riaprire alle Acli la via dell’udienza papale, con Giovanni Paolo II. Era il 1991, quasi vent’anni dopo le dure parole di Paolo VI.    

Ha dovuto attendere Papa Francesco per scrivere che le Acli, per come le aveva vissute, avevano preparato tanti contenuti del nuovo magistero: e ora il cattolicesimo politico è chiamato a ripensarsi alla luce della “pedagogia della misericordia” e della radicalità dell’annuncio evangelico.

Le Acli sono state un problema e devono restare un problema: questa era la sua speranza. Che, ora, è anche la sua eredità.     

Ricordo di Domenico Rosati https://pop.acli.it/images/DICEMBRE_2024/POP_3Rr.jpg Redazione POP.ACLI