Intervento di Giuseppe Iuliano, Responsabile Politiche internazionali della CISL, in occasione della camera ardente di Emilio Gabaglio presso la sede nazionale delle Acli...
Negli anni ’60 il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva dato una scossa al mondo cattolico: la Chiesa che negoziava con i poteri e firmava “concordati” aveva deciso di ascoltare “il grido degli oppressi”.
Prima la “Pacem in terris”, poi la “Populorum Progressio”, quindi le grandi Conferenze episcopali latinoamericane di Medellín e Puebla, avevano provocato un terremoto e tracciato la strada per una rivoluzione quasi “copernicana”.
Teologi come Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, Karl Rahner, Hans Kung, Gustavo Gutierrez, proponevano una visione teologica “orizzontale”, capace di offrire risposte alla forte domanda che soprattutto le generazioni più giovani, sulla spinta del grande movimento dai campus universitari della California, dai boulevards di Parigi, dalle piazze di Roma o Londra, ma anche da tutte le periferie del mondo, stavano sollevando.
Domande di partecipazione, di impegno civile per la costruzione di una società con al centro la pace, la giustizia sociale e la solidarietà. Questioni come l’importanza della “laicità”, la riflessione sulla fede e la religione come lievito per l’azione politica e non più come riferimento totalizzante da imporre nello scenario delle ideologie e delle correnti di pensiero, la centralità delle “Beatitudini” come unico progetto immanente per ogni concezione di impegno politico per i cristiani, la “trascendenza che emerge dalla storia” di Jacques Maritain, il “personalismo cristiano” di Emmanuel Mounier, avevano condizionato il contesto culturale internazionale e alcune personalità stavano emergendo nell’interpretazione del nuovo corso.
Emilio Gabaglio incarna in Italia questo momento storico: è il giovane presidente delle ACLI che in Italia mette fine al “collateralismo politico” delle associazioni d’ispirazione cristiana. La lettura delle Sacre Scritture, grazie al fervore e alle innovazioni del Concilio Vaticano II, mette in scacco il cosiddetto “interclassismo”, baluardo del partito della Democrazia Cristiana.
“Fratelli si faccia fra di voi l’uguaglianza”, dalle Lettere degli Apostoli, stride con i richiami di un partito imbalsamato che fa della “coesistenza” tra le classi la sua bandiera. Lo “scudo crociato”, che pure era stato un riferimento sincero di intellettuali e testimoni di fede e ispirazione autentica, ingombrava la scena politica in Italia, uno scudo per nascondere contraddizioni e talvolta nefandezze (a Napoli il parlamentare Gava faceva votare le persone estinte…).
C’erano però fortunatamente spazi diversi, dove la laicità della politica poteva essere espressa e l’ispirazione cristiana salvaguardata. La Cisl, il sindacato “nuovo” di Pastore e Storti, che aveva rinunciato ad aderire alla Confederazione mondiale del lavoro di ispirazione cristiana ed aveva avuto il coraggio di essere tra i fondatori della Confederazione internazionale dei sindacati liberi (ICFTU) in nome dell’autonomia e dell’indipendenza da ogni relazione politica e istituzionale, pur avendo una base di affiliati cattolici, divenne di fatto la “casa” di Emilio Gabaglio, una meta predestinata.
Emilio trovò nella Cisl Bruno Storti e poi il visionario Pierre Carniti, che gli affidò l’Ufficio internazionale della Confederazione. Io fui il più giovane membro del suo dipartimento internazionale, fin dall’inizio degli anni ‘80: avevo abbracciato la Cisl per le stesse ragioni che avevano visto arrivare al Sindacato di Via Po Emilio Gabaglio.
La Cisl appariva davvero come uno spazio credibile in cui trovava diritto di cittadinanza questa ansia di giustizia sociale e questo desiderio di impegno civile e politico che non avesse nessuna compromissione e che oggettivamente ricercasse una qualche autenticità del messaggio cristiano: volevamo stare dalla parte giusta della “Storia”, in difesa dei più deboli.
Seguivo il settore giovanile della Confederazione Europea dei Sindacati, quella Confederazione che negli anni ’90, con Emilio Gabaglio alla sua guida, vivrà la stagione più interessante della sua storia.
Emilio Gabaglio e Jacques Delors faranno lievitare il “dialogo sociale europeo”, la CES negozierà una serie di accordi con l’Associazione degli Imprenditori europei che diventeranno “Direttive” e leggi europee: il contratto di lavoro a tempo determinato, il contratto di lavoro part-time, il riconoscimento dei “congedi parentali”, primi vagiti di una vera e propria legislazione del lavoro a carattere continentale.
E ci sarà ancora un pezzo di storia da scrivere per ricordare Emilio Gabaglio, oggi poco curato nelle sue biografie: il grande lavoro di tessitura fatto per costruire l’unità tra la Confederazione internazionale dei Sindacati liberi e la Confederazione mondiale del lavoro, per dare vita nel 2006 alla Confederazione internazionale dei Sindacati, oggi grande interlocutore sociale delle Istituzioni finanziarie internazionali, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, nonché delle piattaforme di “governance” globale come il G7 e il G20.
Una generazione di sindacalisti “internazionali” riconosce in Emilio Gabaglio il proprio maestro. Fino agli ultimi giorni della sua vita è stato umilmente in ascolto e disponibile ad offrire il suo contributo di analisi, con una lucidità e una capacità di visione e di lettura degli scenari internazionali sempre sorprendente.
Ricorderemo sempre di Emilio lo sguardo mite ma deciso, ispirato, come quello che aveva nel 1994, correndo a Sarajevo dalla scaletta dell’aereo, protetto da un elmetto e da un giubbotto antiproiettile, per parlare ai lavoratori che si erano raccolti davanti alla sede del Sindacato distrutta dai bombardamenti, per ascoltare il Segretario della CES, che con straordinario coraggio era andato proprio li, a celebrare quello che avrebbe sempre ricordato come il più bel Primo Maggio della sua vita…