Il ricordo di Lorenzo Scheggi Merlini in occasione del funerale di Domenico Rosati: Domenico era una calamita di affetti, uno scout di talenti, un leader naturale...
Stiamo dando l’estremo saluto, come è già stato ricordato in maniera esauriente, a un personaggio che ha ricoperto importanti ruoli pubblici e che ha scritto nella storia delle Acli, e più in generale nella storia del movimento cattolico democratico, pagine decisive destinate a non essere dimenticate.
Ma Domenico Rosati, per tutto l’arco della sua lunga vita, non ha mai consentito al suo ruolo pubblico, - nelle Acli come in Senato, nel Cnel, nelle associazioni di volontariato, o perfino nel suo essere firma conosciuta e apprezzata come fine polemista, autorevole commentatore, saggista, storico, - di prevalere sul suo essere uomo, padre, amico, maestro. E non esiste un Rosati pubblico senza il Rosati privato a cui oggi diciamo addio.
Domenico era una calamita di affetti. Uno scout di talenti, un leader naturale che sapeva aggregare e guidare con mano sicura anche personalità prorompenti e tendenzialmente indisciplinate. Sono doti che ho personalmente potuto ammirare perché le ho vissute nelle Acli al suo fianco negli anni, -la seconda metà dei Sessanta, - in cui, lui Direttore, io aiutante in prima, abbiamo collaborato a fare, assieme a un gruppo di giovani talentuosi, del settimanale dell’associazione Azione Sociale, in precedenza un organo prevalentemente interno all’organizzazione, una testata conosciuta e apprezzata nel panorama della stampa politico-sindacale per la sua intrinseca qualità giornalistica. Ricordo solo interminabili riunioni di redazione in cui vigeva la massima libertà propositiva ma che, sempre, finivano quando e come, col sorriso sulle labbra, senza mai scontri che andassero aldilà della normale dialettica, quel simpatico signore che si faceva chiamare da tutti, amichevolmente Meco, diventava Il Direttore e chiudeva il sacco della discussione: “ho deciso, si fa così”.
Domenico in famiglia, ha avuto un altro nome, perché più che un severo genitore, oppure Il Direttore, Il Presidente, Il Senatore, appariva come un capo tribù che aveva il suo nome “di battaglia”: Pone, che sta per Papone, Paparone, Grande Padre. Chi ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare la famiglia Rosati, si è trovato introdotto in una comunità fatta ovviamente dal padre regnante, Domenico, dalla regina madre,-Elena, fedele compagna per oltre sessant’anni,- e i tre figli. Ma accanto al nucleo centrale ha conosciuto una comunità, una tribù appunto, fatta da fratelli, sorelle, cognati e cognate, nipoti e cugini, e amici, tanti amici. Non si può ricordare Rosati al di fuori della sua tribù, accompagnata con amore nel suo crescere e moltiplicarsi: prima i figli, poi i figli dei figli fino alle generazioni future, come in una profezia biblica.
La reggia della tribù Rosati è nella campagna viterbese, a Vetralla. Un vecchio casale di famiglia, un casale contadino, al centro di un uliveto. Non uno di quelli rifatti dagli architetti alla moda, trasformato in una pretenziosa villa, come quelli dell’Ente Maremma nel grossetano. No, una costruzione grande, ma non imponente, sghemba, disarmonica, in cubetti di tufo, rimasto come ai tempi dei nonni, in cui la famiglia si divide lo spazio e dove spesso, appunto, anche gli amici si ritrovano.
La “sala del trono” è all’aperto, sotto la grande quercia. E sotto la quercia un lungo tavolo rustico, alcune panche, sedie a volontà. Tanta brace, curata dallo stesso padrone di casa, tanta allegria, ma anche tanta cultura, tanta politica, con i frequentatori abituali ma anche con ospiti “di riguardo” invitati a una mensa dove la sostanza faceva premio sulla forma. Là, sotto quella quercia, Meco era l’indiscusso protagonista. Con le radici ben piantate nella sua terra, perfino con le storie di paese raccontate con irridente leggerezza, ma con la cultura e lo sguardo dei politici di razza, degli intellettuali senza aggettivi, verso il cielo dei pensieri alti.
Amico, fratello, padre, maestro. Addio Meco, riposa in pace.