Presentiamo alcuni estratti dell’intervento di Emilio Gabaglio alla tavola rotonda: “Paolo VI e la crisi nelle Acli nel 1971”, tenuta nell’ambito del Convegno nazionale di studi Acli “Verso la democrazia associativa”, Vallombrosa, 31 agosto 2001...
1969 - Congresso di Torino: fine del collateralismo con la Democrazia Cristiana e prime incomprensioni con le gerarchie della Chiesa Cattolica.
«Che una messa in discussione fosse avvenuta a Torino, quindi ben prima di Vallombrosa '70, lo si vedeva anche da certe prese di distanza che ci furono e dal fatto che, appena finito il congresso nel capoluogo piemontese, l'allora segretario della Dc, Piccoli, scrisse una lettera per chiedere ai vescovi e al Vaticano di rimetterci in riga. Dopo Torino, il movimento apparve fortemente politicizzato e fummo costretti a ridefinire il profilo dell'organizzazione e cominciammo a parlare di movimento educativo e sociale. Il nostro intento era quello di esprimere con forza il bisogno di restare radicati sulla linea tradizionale di movimento educativo e di azione sociale. Ci fu anche un altro campanello d'allarme. Com'era tradizione il nuovo presidente delle Acli veniva ricevuto in udienza privata dal Santo Padre ma con il passare dei mesi questa udienza non arrivava, tanto che don Cesare Pagani lasciava trasparire una forte preoccupazione. Lo stesso Pagani lavorò molto affinché le Acli venissero ricevute dal Santo Padre e finalmente l'udienza arrivò. Al termine i giornalisti chiesero notizie ma avevamo deciso come presidenza di non raccontare come si era svolto l'incontro. L'unica cosa che mi venne alle labbra fu che "mi sentivo confortato" ma ciò venne interpretato dalla stampa come un segnale di consenso del Papa alla linea assunta a Torino, e dagli ambienti di Curia, come una mia malizia, per far sembrare che il Papa fosse d'accordo con noi. Ciò mi costò l’invio di una lettera, che ancora conservo, a Paolo VI nella quale mi spiegai e chiesi scusa. Tuttavia ricordo bene che in quel colloquio il Papa disse che c'erano dei problemi e che avevamo preso posizioni molto definite che ponevano delle questioni alla comunità cristiana, alla gerarchia, al mondo cattolico. Quindi occorreva organizzare un dialogo»
Marzo 1970 - Fu consegnata una lettera del cardinal Poma, allora Presidente della Conferenza Episcopale, a Emilio Gabaglio che non rispose privatamente, ma organizzò il dialogo.
«Il dialogo poi fu effettivamente organizzato. Il comitato esecutivo delle Acli, con il puntiglio che contraddistingueva quel momento, presentò una memoria che naturalmente nulla concesse, non solo sul piano. della sostanza ma anche della forma, e alla quale lavorarono Geo Brenna, Domenico Rosati, Luigi Borroni e altri. Francamente non mi pare che il dialogo abbia portato a dei chiarimenti. Credo di averlo scritto altre volte, non è un gran mistero; ho sempre avuto l’impressione che una parte dei dialoganti avesse la volontà di aiutare a comprendere meglio e a chiarire mentre altri interlocutori questa volontà l'avevano in modo minore. A questo proposito ricordo che ad un certo punto del percorso ci furono le elezioni amministrative regionali, che già allora avevano una notevole importanza, e monsignor Nicodemo - vicepresidente della Cei, arcivescovo di Bari e co-presidente del dialogo - mi disse: “Senta, tutta questa discussione va bene, ma voi come votate alle elezioni regionali?”. Testuale. Un dialogo così impostato non poteva evidentemente portare, e infatti non ha portato, molto lontano. A tutto ciò si aggiunse Vallombrosa del 1970»
27-30 agosto 1970 - 18° Convegno nazionale di studi – Vallombrosa: “Movimento Operaio, Capitalismo e Democrazia” dove si prospettò l’“ipotesi socialista”.
«Vallombrosa radicalizzò oggettivamente il problema. Se già c'erano degli interrogativi sulle scelte fatte a Torino, che pure erano in qualche modo politicamente neutre, la cosiddetta ipotesi socialista venne immediatamente interpretata come una scelta di campo e non come una ricerca, sia pure discutibile, di natura culturale o tesa a misurarsi con cose nuove. Nonostante ciò il dialogo andò avanti ma non poté concludersi. La lettera della Cei fu per noi la presa d'atto che le Acli non potevano più essere riconosciute secondo il codice di diritto canonico. Il comitato esecutivo rispose con un testo che, ancora una volta con "grande senso della misura", intitolammo: "Le Acli continuano". Il tutto fu fatto con una straordinaria buona fede e con la volontà di restare sulla retta via; anche per questo la successiva deplorazione del Papa, come fu definita, proprio non ce l'aspettavamo. Pensavamo infatti che la questione fosse chiusa, nonostante il titolo, col testo "Le Acli continuano" in cui davamo dei segnali affermando di voler ristabilire un rapporto in forme nuove. Noi stessi sostenemmo la tesi che non ci potessero più essere nella nostra associazione degli "assistenti" ma semplici sacerdoti che animassero la vita cristiana delle Acli, e già circolavano dei testi in proposito. Ancora oggi sono personalmente convinto che la ricerca delle Acli, compresa l'ipotesi socialista, significava che per una coscienza cristiana avvertita, in certe circostanze, l'ipotesi di una società socialista non si poteva escludere. Sono anche convinto non ci fosse un errore dottrinale rilevante e in ogni caso non c'era la volontà da parte delle Acli di abbandonare l'insegnamento sociale cristiano e i suoi principi. Credo si debba tener conto anche che, mentre oggi si parla di "dottrina" sociale cristiana, in passato si parlava, giustamente, di "insegnamento". Ciò per sottolineare che dal magistero sociale della Chiesa si potevano far discendere programmi politici o sociali precisi. Inoltre neppure c'era la volontà da parte nostra di recedere sul piano della convinzione soggettiva di essere cristiani e cristiani impegnati, rischiando e impegnando la nostra personale responsabilità nella vita sociale e politica. Con espressione forse un po' sommaria ho anche avuto modo di dire che, sicuramente, vennero fatti degli errori di gioventù. Io stesso fui eletto presidente delle Acli a trentatré anni e tutto il gruppo dirigente era molto giovane. Ma soprattutto ci fu da parte nostra una certa inflessibilità. Sono infatti convinto, e l'ho anche scritto, che avremmo dovuto ascoltare, ad esempio, Maria Fortunato ed essere più dialogici. Eravamo fortemente convinti delle nostre buone ragioni e della nostra franca, aperta, onesta ricerca di cristiani. Se la situazione precipitò fu soprattutto perché nella gerarchia di allora prevalse, non so dire a quale livello, una valutazione sostanzialmente politica. Il timore non fu che singoli intellettuali cattolici votassero o militassero a sinistra o altri movimenti importanti come la Fuci facessero scelte non dissi mili dalle nostre; ma che un movimento di massa, radicato nel mondo del lavoro, potesse spostare gli equilibri politici e rompere quello che ancora era considerato, nel caso italiano, un elemento di unità del mondo cattolico in politica. Fu questo, secondo me, il vero motivo che portò alla deplorazione. […] Ancora, riguardo alla nostra buona fede e alla convinzione che le Acli si fossero messe su un terreno giusto e corretto di ricerca, per quanto opinabile, mi presentai da monsignor Benelli per fargli notare, con la necessaria prudenza, che nella lettera enciclica Octogesima adveniens, pubblicata in quei giorni, in uno dei passaggi, in pratica, si diceva proprio che in certe circostanze i cristiani possono misurarsi con le opzioni socialiste. Benelli mi rispose: “L'Italia non è il Senegal”. Questo mi convinse definitivamente che non eravamo incorsi in gravissimi errori di fede, di dottrina e di morale ma avevamo soltanto posto fuori tempo una questione che si sarebbe posta successivamente con soluzioni diverse».
Tratto da: A. Scarpitti, Le Acli e la Chiesa. La Crisi del 1971, Editoriale Aesse, Roma, 2002, pp. 28-32.