L’esperienza parlamentare di Domenico Rosati, tra politiche nazionali, vicende internazionali e istanze locali, nel racconto di Damiano Bettoni…
Presidente nazionale delle Acli fino al 12 maggio 1987, Rosati viene eletto il 14 giugno 1987 come indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana nel collegio senatoriale di Arezzo.
Si apriva con quella elezione la X Legislatura che, in meno di cinque anni, vide l’alternarsi di ben cinque governi, nel primo dei quali - presidente Goria - un aretino doc era Ministro degli Interni: Amintore Fanfani, giunto alla sua decima legislatura consecutiva.
«Qui, o s’è Bianchi o s’è Rossi. Rosati se n'è visti sempre pochi». Comincia in perfetto stile toscano il racconto di Damiano Bettoni, già segretario generale delle Acli, che di Rosati è stato assistente e collaboratore, proprio nel periodo del mandato parlamentare. Quella frase, diretta a Rosati, diceva già molte cose di lui e del contesto locale.
“Paracadutato” ad Arezzo, proveniente da una esperienza politica di livello nazionale e internazionale già importante (di lui tutti ricordano la marcia della Pace Palermo-Ginevra del maggio del 1983 e il messaggio a Stati Uniti e Unione Sovietica per la messa al bando degli euromissili, nonché l’invito ad intervenire – unico democristiano – ai funerali di Enrico Berlinguer nel 1984), ad Arezzo e dentro la Democrazia Cristiana era considerato un “Rosati”. E questo benché non fosse mai venuto meno al rapporto con il territorio d’elezione: «Nonostante la sua riconferma prescindesse dal merito delle attività che avrebbe svolto ad Arezzo, ad Arezzo lui si è impegnato e molto. Tanto che Fanfani gli disse che per vedere un senatore girare per il suo collegio bisognava chiamarlo da fuori. Veniva regolarmente - come diceva lui - ad aprire l'ambulatorio. Aveva preso casa in corso Italia 83 e lì accoglieva e ascoltava le persone, ma anche politici, amministratori e sindacalisti locali. Erano gli anni della deindustrializzazione, in cui il cambiamento dell’economia del territorio si rifletteva nella politica e nelle relazioni sociali…».
Presente alla comunità aretina e ai suoi elettori, Rosati rimaneva un “romano”, un personaggio pubblico di profilo nazionale. Di questa sua non comoda condizione riuscì a fare un punto di forza, costruendo mediazioni ad altri impossibili e continuando a tenere insieme dimensione locale e nazionale, talvolta non potendo sottrarsi allo spirito toscano, come accadde per la “tassa sul masticone”.
Era andata così: Rosati volle presentare ad Arezzo la proposta di legge sul collocamento obbligatorio, di cui era relatore in Commissione Lavoro. All’obiezione su come sostenerne il costo, prospettò l’ipotesi di tassare il chewing gum, che ad Arezzo si chiama masticone. L’indomani, i giornali titolarono “Rosati propone la tassa sui masticone”.
Ma, aneddoti a parte, fu con il progetto di “Legge-quadro per l'istituzione e la gestione delle aree naturali protette”, di cui – al Senato – fu primo firmatario, che la sua capacità di tessitura si espresse al meglio, realizzando convergenze determinanti per la sua approvazione e assegnando ai territori un ruolo da comprimari. Fu un risultato raggiunto attraverso una intensa consultazione con i cittadini del Casentino, con gli enti e le comunità locali, ed estendendo il coinvolgimento ai territori confinanti dell’Appennino. È così che è nato il Parco delle Foreste casentinesi e del Campigna – che unisce Toscana ed Emilia-Romagna – con sede a Pratovecchio, in provincia di Arezzo. Era una legge molto attesa, che – attraverso numerose legislature – arrivò al traguardo guadagnandosi apprezzamenti al livello internazionale, dopo il disastro di Chernobyl e grazie anche ad una più nutrita rappresentanza dei Verdi in Parlamento.
In quel periodo, inoltre, c’erano i cantieri di Italia ’90. Tra i tanti, quelli per la ferrovia direttissima. I lavori furono funestati da molti incidenti mortali, e Rosati si attivò perché intervenisse la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle aziende, presieduta da Luciano Lama.
Sono in molti a ricondurre la mancata rielezione di Domenico Rosati alla sua postura politica da non-allineato. In particolare, al voto espresso contro la partecipazione italiana alle Missioni militari durante la prima Guerra del Golfo. Su questo Damiano Bettoni spinge oltre gli effetti della libertà di coscienza e di critica che sempre Rosati ha espresso: fu anche la DC, attraverso i suoi leader territoriali, che richiedeva un democristiano “doc” locale per il seggio di Arezzo.
Fu così che a Rosati fu offerto l’impossibile collegio di Modena, che per spirito di servizio Domenico accettò, conducendo una campagna elettorale impegnativa con la collaborazione di Damiano Bettoni, Giorgio Bonelli e Rita Amplo.
Appena prima però una buona notizia era arrivata, precisamente il 31 luglio 1991. Mentre mangiavano un panino ad un bar sulla strada di Castiglion Fiorentino, Domenico e Damiano seppero che era stato siglato il primo accordo per la riduzione degli armamenti strategici, il cosiddetto START I, tra i presidenti Bush e Gorbačëv.
Chiedo a Damiano se vuole aggiungere qualcosa, all’estrema sintesi che ho fatto della sua testimonianza. Mi dice «Sì. Che è stata una esperienza bellissima. Che per me è stato un rapporto meraviglioso. Fino alla fine».