Il decimo Rapporto sull’associazionismo sociale in Italia torna a distanza di oltre quindici anni dall’ultima edizione, portando all'attenzione dei lettori i nuovi arcipelaghi dell’associazionismo tra identità collettive e istanze di riconoscimento...
Il decimo Rapporto sull’associazionismo sociale in Italia, programma di ricerca che l’Iref porta avanti dall’1985, torna a distanza di oltre quindici anni dall’ultima edizione. Questa edizione ha visto la costituzione di un gruppo di ricerca formato da ben 23 ricercatori e ricercatrici delle maggiori Università italiane e dell’ISTAT, che con questo lavoro avanza una proposta metodologica e analitica che vede nella “prospettiva civica” un’utile chiave di lettura del variegato campo di tutto quel mondo che si trova tra il pubblico e il privato.
Parlare di “prospettiva civica” significa porsi in dialettica con le tradizioni funzionaliste e strutturaliste per avvalorare non tanto le attività, i settori di intervento o le forme giuridiche organizzative come criteri identificativi e definitori del terzo settore e dell’associazionismo, che lo definiscono ma che rischiano di ridurre la realtà sociale ad una lista di funzioni e ruoli, ma-piuttosto - per dar voce a tutto quello spazio che eccede quando lo stare insieme in gruppi più o meno formali produce modi di pensare e agire, di stare in relazione gli uni con gli altri e definire i problemi del mondo. Questi “mondi associativi”, che sconfinano le categorie organizzative e le azioni svolte, configurano uno spazio d’emersione di corpi collettivi: luoghi relazionali in cui la condivisione e la socialità creano il setting e le condizioni affinché si generino culture, identità di gruppo e possibilità di azione e riconoscimento. Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che l’associazionismo, in epoca di policrisi, goda di ottima salute in una fase storica in cui la riproduzione delle strutture sociali democratiche è fortemente minata dalla bassa partecipazione politica e dallo scarso potere della politica rappresentativa nell’arginare gli effetti disgreganti che decenni di politiche mercificanti hanno avuto sul tessuto sociale. Sarebbe altrettanto semplicistico non considerare che il processo di istituzionalizzazione del Terzo Settore in Italia non abbia avuto effetti di irreggimentazione e burocratizzazione della vita associativa disciplinandone le attività, le prassi operative, modificando i linguaggi e i significati attribuiti all’agire sociale. In questo contesto l’approccio a maglie larghe dei mondi associativi consente, invece, di mettere in luce la natura multiforme e spesso informale delle modalità di fare gruppo, attivarsi e organizzare risposte ai bisogni, coinvolgere i territori e le comunità di riferimento, farsi portavoce di istanze e luoghi di elaborazione di saperi e di proposta politica e tutte quelle dimensioni in cui la società realizza ed esprime se stessa; partendo dal presupposto per cui “fare le cose assieme è ancora il modo migliore, se non l’unico, che abbiamo, per vivere in società” (p.28).
Per comprendere questo la ricerca ha assunto la prospettiva di chi nelle associazioni si impegna e ci si dedica, non coinvolgendo quindi le figure apicali e i ruoli istituzionali, né chi prende parte saltuariamente alla vita associativa, ma piuttosto ha coinvolto tutte quelle persone, attivisti e militanti, che si impegnano con costanza e con fatica, lo zoccolo duro delle organizzazioni.
La ricerca quindi ha previsto un’intensa attività di rilevazione sul campo tramite la somministrazione di un questionario standardizzato a 733 attivisti di 128 gruppi diversi dislocati nelle città di Roma, Milano, Firenze e Napoli e selezionati sulla base dell’orientamento all’azione sociale, ovvero quello stato che lega la matrice storico-culturale del gruppo con le sue finalità, che generano mondi associativi in cui convergono più organizzazioni “con riferimenti culturali comuni, obiettivi e modalità di azione simili o relativamente vicine” (p.113). Lo scenario in cui si inseriscono i mondi associativi è ricostruito nella prima parte del volume tramite l’utilizzo di fonti dati ISTAT dell’Unione Europea. I dati mostrano come nell’arco temporale 2011-2021 il numero delle associazioni in Italia sia cresciuto di quasi il 14%, così come l’aumento dei dipendenti che registra quasi il 33%. A fronte di questa crescita è interessante sottolineare come, tuttavia, decresce il numero di volontari (-5,8%) e come addirittura il 44,2% delle associazioni non appartiene a nessun network e reti di relazioni con altre organizzazioni in un contesto di scarsissima multi-affiliazione degli associati (solo l’1,6% appartiene a due organizzazioni associative), così come a crollare è l’attivismo politico dei giovani passando dal 74,5% (sul totale della classe di età) del 2013 al 16,7% nel 2021.
La seconda parte del volume dedicata all’analisi diretta dell’associazionismo nelle quattro città italiane considerate mostra, tuttavia, che non tutto è perduto. La fotografia che ne esce mostra una realtà variegata ed eterogenea, in cui vengono analizzate dimensioni interne alla vita associativa, come il tempo dedicato alle attività, le azioni desiderate e le forme di attivismo ma anche esterne, ossia la rete con altre organizzazioni, lo spazio urbano e il rapporto con la politica.
Il volume è ricco di dati e approfondimenti analitici e, pur nella sua organicità, rappresenta anche uno strumento di lavoro tanto per l’elaborazione teorica quanto per lo sviluppo di pratiche associative, consultabile per temi e sezioni.
Da un punto di vista associativo, la ricerca mostra come la vitalità che sembra attraversare questo mondo indicata dalla nascita di nuove associazioni è accompagnata anche dalla difficoltà delle giovani associazioni nate da meno di 10 anni di fare rete sul territorio. Al contrario delle organizzazioni strutturate da più tempo che si relazionano principalmente con gli attori pubblici istituzionali, queste dedicano più risorse ed energie al coinvolgimento e al lavoro con l’utenza di riferimento, nell’ottica della co-produzione, nel tempo che i partecipanti riescono a dedicare alle attività del gruppo, viste le difficoltà di partecipazione dovute principalmente agli impegni legati alla vita quotidiana degli attivisti. Infatti, circa la metà dei rispondenti è associato in organizzazioni che sono situate nel proprio quartiere di residenza e che offrono attività agli abitanti della zona, creando quindi forme circoscritte di solidarietà organizzata radicate nei rapporti di estrema prossimità che avvengono nello spazio urbano. La ricerca mostra anche che l’impegno nelle attività sociali del gruppo non esaurisce le energie degli attivisti e delle attiviste dei tanti mondi associativi considerati nello studio. Tutt’altro, chi si impegna di più nel sociale è anche chi partecipa di più politicamente alla vita pubblica. L’impegno politico che emerge fa riferimento ad azioni di partecipazione diretta come firmare petizioni, referendum o leggi di iniziativa popolare, partecipare a una manifestazione di piazza e attivarsi per risolvere un problema del proprio quartiere. Il buon rapporto con la politica e l’impegno degli intervistati pur non riconoscendosi necessariamente nell’asse destra-sinistra, non nasconde tuttavia un sentimento di rabbia e diffidenza verso di questa che pure è presente, si tratta sostanzialmente di attiviste e attivisti “critici ma non rassegnati”.
L’indagine empirica è ulteriormente arricchita da tre studi qualitativi sull’associazionismo in tre contesti istituzionali: la scuola, la salute mentale e il lavoro. Gli studi di caso, attraverso le tecniche dell’osservazione e dell’intervista svolte agli attivisti di diversi gruppi, per un totale di 9 organizzazioni, mostrano i processi associativi più da vicino mettendo in luce le pratiche quotidiane e i significati che gli associati attribuiscono al proprio impegno. Emerge come l’associarsi, ma meglio ancora il fare e l’essere insieme, la creazione del gruppo costituisca una presa d’atto del mancato riconoscimento della propria soggettività attraverso pratiche, spesso anche informali, di socializzazione di una stessa condizione. I processi di socializzazione avvengono con il coinvolgimento dell’utenza da parte delle organizzazioni ma anche con l’attivazione diretta e organizzazione autonoma di un gruppo, pratiche che creano degli spazi di contaminazione tra saperi professionali e saperi esperienziali che assumono legittimità pubblica. Lo spazio del riconoscersi nell’associarsi, quindi, non si esaurisce all’interno della vita del gruppo ma è foriero di repertori d’azione collettiva che si pongono in dialogo con i contesti istituzionali contribuendo a generare processi di trasformazione.
La prospettiva civica di chi si mette insieme racconta molto dello stato attuale dell’associazionismo in Italia. È un associazionismo che si esprime in piccoli gruppi, in cui la rilevanza del potere della rappresentanza degli interessi sembra perdere terreno e lasciare spazio alle logiche dell’identità e del riconoscimento reciproco. I processi demercificanti delle associazioni, infatti, insistono sulle interazioni e la costruzione di legami sociali in cui lo scambio è svincolato da una logica di mercato e radicato, invece, nelle modalità sociali di costruzione di soggettività. Nominare e nominarsi è una forma di collettivizzazione dei singoli e delle istanze sociali, conferendo significato politico alle proprie azioni. Azioni che riguardano sempre più ambiti specifici su scala locale e che si pongono sui confini delle istituzioni risignificandole e agendo come corpi complementari, un processo di differenziazione sociale che esprime l’eterogeneità dell’impegno di chi si associa. Superare la logica dell’individualismo attraverso un intenso lavoro che mira alla reciprocità delle relazioni e all’abbassamento delle asimmetrie di potere tra fasce della popolazione, implica aprire il campo ad arene in cui visioni del mondo, interessi, valori, strategie e teorie per l’azione possono entrare in conflitto. Lo spazio di libertà per le scelte, i modi di agire e di entrare nel dibattito pubblico, per le modalità di intervento sul territorio, dunque, richiedono all’attivista uno sforzo, una fatica sia in termini di tempo che di risorse da mobilitare, pesi che vengono alleviati all’interno di dinamiche di interdipendenza e reciproco riconoscimento all’interno dei gruppi e dal senso di efficacia che si raggiunge dedicandosi ai bisogni più urgenti e immediati della comunità locale.
Dunque, il volume non intende fornire modelli di intervento o facili risposte nette, ma rendere conto della complessità del fenomeno dando voce a tutte quelle persone che si mettono insieme per ridurre diseguaglianze e condizioni di marginalità sociale nella convinzione che è anche riconoscendo queste energie non residuali di attivismo che è possibile contribuire tanto al dibattito quanto all’azione pubblica.