Un nodo irrisolto della società italiana tra una legge vecchia ed un dibattito fuorviante...

Premessa
il tema della cittadinanza è argomento da anni al centro del dibattito politico, tra proposte di riforma dello ius soli, successivamente circoscritte allo ius soli temperato e allo ius culturae sino a trovar spazio nel dibattito, lo Ius Scholae (la possibilità di acquisire la cittadinanza al compimento di un ciclo di studi).
Tuttavia, fino a oggi, nessuna di queste riforme, dirette a riconoscere maggiori diritti ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, sono andate a buon fine.
La legge fu concepita e approvata in un periodo in cui i flussi migratori dall’estero erano relativamente contenuti. Negli ultimi anni hanno acquisito grande rilevanza portando il dibattito a focalizzarsi sulla condizione dei figli di stranieri nati sul suolo italiano (seconde generazioni o italiani senza cittadinanza), ma non riconosciuti come cittadini italiani.
Da almeno due decenni associazioni - tra cui le ACLI - movimenti, esponenti politici invocano una riforma complessiva della cittadinanza dando vita ad un dibattito segnato da almeno due rilevanti limiti: il primo di carattere - per così dire - «tematico», l’altro di natura più ideologica.
La discussione si è concentrata quasi esclusivamente sui minori nati in Italia da genitori immigrati, e dunque sull’ampliamento del cosiddetto «ius soli».
Si tratta di un tema di indubbia rilevanza, se solo si pensa che, oggi, quasi 1/5 degli stranieri residenti sono nati e cresciuti nel nostro Paese (sono quindi «stranieri» unicamente in base a una forzatura giuridica…): e tuttavia, la questione dell’accesso allo status civitatis e ai diritti che gli sono connessi è assai più ampia e meriterebbe di essere affrontata in tutta la sua complessità.
In secondo luogo, la cittadinanza italiana (che è, o dovrebbe essere, nient’altro che uno status giuridico) è stata sistematicamente confusa con l’«italianità», nozione dai contorni quanto mai vaghi che indicherebbe un insieme di (presunti) caratteri identitari nazionali che vengono rintracciati talora nella lingua («è italiano chi parla italiano»), talora nella «cultura» o nelle «tradizioni», ma non sono rari i casi di esplicita razzializzazione della nazionalità, per cui sarebbe italiano solo chi può vantare una discendenza tutta italiana (o addirittura chi ha i tratti somatici «giusti», cioè chi è bianco e caucasico…).

La legge attuale determina che...
…oggi acquista di diritto la cittadinanza alla nascita, solo chi è nato da madre o padre italiano. Chi è d’origine italiana, può chiederla in modo agevolato. Mentre lo straniero maggiorenne può richiedere la cittadinanza solo se risiede legalmente in Italia da dieci anni (cfr. art. 9 L. 91/92) e il cittadino nato in Italia da genitori stranieri può richiedere la cittadinanza, entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, e nel caso abbia soggiornato nel nostro Paese ininterrottamente (cfr. art. 4 L. 91/92). Non va sottaciuto che lo Stato dall’avvio dell’Iter alla concessione non impiega meno di 3 anni. Verosimilmente si ottiene al compimento dei ventidue anni

Il Paradosso della legge attuale sulla cittadinanza
C’è chi la vorrebbe, la desidera, la sogna, ma non riesce a ottenerla: come i ragazzi di seconda generazione nati qui, socializzati qui, istruiti qui, che parlano e pensano italiano (e non solo “in” italiano).
Ebbene, queste considerazioni e numeri nel dibattito mediatico intorno alla Riforma della legge 91, quasi mai assumono valore, potendo nei fatti concreti sconfessare chi prefigura corse all’acquisizione della cittadinanza del tutto disinteressata da parte ad esempio di cinesi, di chi possiede già una cittadinanza UE o coloro che appartengo a Paesi (pure in crescita nell’est Europa) che non contemplano il doppio status. Dei 196 paesi “rappresentati” in Italia, 64 infatti non ammettono la doppia cittadinanza.
Che lo status di cittadino abbia un valore per i diritti - ad esempio nella logica della mobilità nei paesi con un alto IndexpPassport - lo si deduce dal discutibile mercato sulla cittadinanza che alcuni Paesi (Malta, Cipro, Lettonia…) da un po’ di anni alimentano, a fronte di cospicue transazioni economiche.     

Tanti tentativi ed una occasione sprecata
La storia dei tentativi di superamento della legge è tanto lunga quanto infruttuosa e caratterizzata da una regressione politica delle discussioni in seno alle istituzioni preposte. Una delle prime discusse in Parlamento fu la “legge Bressa”, esposta ad agosto del 2006, durante la XV legislatura, in cui fu descritta l’arretratezza del diritto italiano in materia di cittadinanza, comparato a quelli degli stati dell’Europa settentrionale, come la Germania.
Tra il 2011 e il 2012, durante la XVI legislatura, le istanze delle seconde e terze generazioni confluirono nella Campagna “L’Italia sono anch’io”, a cui le Acli sin dalla fase di lancio assicurarono proposte e sostegno.
Una Campagna che in pochi mesi, riuscì a raccogliere oltre 200.000 firme per modificare l’attuale legge 91.
La proposta di legge di iniziativa popolare arrivò a marzo 2012 in Parlamento, dove fu discussa.
Vi era scritto che la cittadinanza «non può costituire una sorta di privilegio da elargire discrezionalmente e a seguito di un tortuoso percorso burocratico, ma deve essere il naturale coronamento della legittima aspirazione del richiedente, a seguito di un soggiorno legale sul territorio di durata ragionevole». E, di conseguenza, che «il percorso giuridico verso la cittadinanza deve essere concepito come diritto soggettivo all’acquisizione e non come interesse legittimo: in tal modo si determinano conseguenze anche in tema di tutela giurisdizionale, con la competenza dell’Autorità giudiziaria ordinaria».
Quella proposta di legge di iniziativa popolare – che prevedeva di concedere la cittadinanza italiana alle persone nate in Italia o migrate sul territorio, alla presenza di alcune condizioni - rimase all’ordine del giorno fino allo scioglimento delle Camere (Governo Conte). Lo Ius soli era stato approvato nel 2015 dalla Camera dei deputati ma sabato 23 dicembre 2017, nell’ultima seduta prima della pausa natalizia, mancò il numero legale al Senato per la votazione (le Camere furono sciolte il 28 dicembre)

Nel 2018, durante la XVII legislatura, sono state portate alla Camera dei deputati altre proposte, che in larga parte hanno ripreso quelle precedenti.
Il dibattito politico da allora non ha fatto grandi passi in avanti, piuttosto ha generato maggiore confusione tra uno status giuridico (la cittadinanza, appunto) produttore di diritti e di doveri ed una identità personale associata ad una appartenenza collettiva. Confusione entrata ormai nel senso comune.
Si sente dire spesso, ad esempio, che i bambini nati in Italia da genitori stranieri meritano la cittadinanza perché anche loro in fondo, sono «come noi»: mangiano gli spaghetti o la pizza, parlano in dialetto, tifano per la Juventus o per l’Inter, il Milan, il Torino…, guardano Sanremo e la domenica vanno alla partita. Come se lo status giuridico e i diritti che ne derivano dovessero dipendere dall’adozione di usi e costumi «da italiani».
Questa sovrapposizione tra identità e status produce solo effetti deleteri.
Ancor più mistificante è l’idea secondo cui essere cittadini significherebbe condividere dei «valori»: chi non accetta i «nostri valori», si dice, non dovrebbe diventare italiano.
La cittadinanza andrebbe, allora, svincolata dalla (presunta) identità etno-culturale o valoriale, e ancorata semmai all’effettiva partecipazione alla vita collettiva.

Le seconde generazioni, una solida realtà
Quando si parla di seconde generazioni, si fa riferimento a figli di immigrati nati (quasi un milione, su un milione e 300mila) o cresciuti in Italia. Si tratta di una popolazione in crescita costante che vive nel nostro Paese, e la maggior parte di essi frequenta le scuole italiane, parla perfettamente la lingua, conosce la cultura e partecipa attivamente alla vita sociale, ma non hanno gli stessi diritti. Portatori di problematiche sociali? Sì, anche.
Come storicamente sono stati alcuni esponenti delle seconde generazioni di immigrati negli Stati Uniti (vi ricordate “West Side Story”?), inclusi i figli di emigranti italiani (vi ricordate “C’era una volta in America” di Sergio Leone?). Senza cimentarci in analisi sociologiche, possiamo affermare che per tutti la mancanza della cittadinanza ha conseguenze significative: limita l’accesso a concorsi pubblici, ostacola la mobilità internazionale (per via di passaporti meno “potenti”), crea un senso di esclusione e, in molti casi, alimenta frustrazione e disillusione.

Alcuni numeri
Al censimento 2021 gli italiani per acquisizione erano 1.407.463 (il 2,4% di tutti i residenti in Italia), di cui il 77% nato all’estero (1.084.306 - l’1,8% del totale dei residenti) e circa il 23% nato in Italia (323.157 - 0.6%). Nel 2022 le acquisizioni di cittadinanza italiana sono state circa 214mila (+92mila rispetto al 2021 e per il 49% concesso a donne) grazie ad una forte crescita delle naturalizzazioni. Nel 2022 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana sono stati in totale 133.236 (per il 50,9% femmine e per il 49,1% maschi), il 9,7% in più rispetto al 2021, anno in cui si sono registrati 121.457 nuovi cittadini.
I paesi più rappresentativi sono Albania e Marocco e tra i primi 10 Paesi compaiono anche Brasile e Argentina (per jus sanguinis). Si tralasciano qui dati su opportunità demografiche, socio-economiche…

Verso il Referendum
La Corte di Cassazione il 20 gennaio scorso si è pronunciata con parere positivo sull’ammissibilità del quesito referendario sulla cittadinanza convalidando le firme raccolte.
La Suprema Corte ne ha dunque confermato la validità e la regolarità: nello specifico, il pronunciamento ha dichiarato conforme alla legge la richiesta di consultazione sul “dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia (questo avviene già in Francia e Germania) dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana”.
Il quesito referendario, così come proposto, vuole introdurre elementi di ius soli e ius culturae, riconoscendo la cittadinanza a chi nasce in Italia o vi cresce, frequentando le nostre scuole e partecipando attivamente alla vita sociale del Paese. Avere cittadini pienamente riconosciuti significa una maggiore coesione sociale, una partecipazione più attiva alla vita democratica e una crescita economica più inclusiva.
Dunque, recarsi al voto il prossimo 08 e 09 giugno e firmare questo referendum, allora, significa sostenere un'idea di cittadinanza aperta e moderna, basata non solo su criteri formali e burocratici stringenti (che non vengono modificati nella formulazione originaria della legge[1]), ma sulla realtà di un’Italia che è già profondamente multiculturale.
È un atto di responsabilità e lungimiranza per un futuro in cui tutti coloro che condividono la nostra quotidianità possano sentirsi parte integrante della nostra comunità, con pari diritti e doveri.
Riformare la cittadinanza non è allora solo una questione di giustizia sociale, ma anche di lungimiranza. In un Paese con un crescente invecchiamento della popolazione e un calo demografico preoccupante, le seconde generazioni rappresentano una risorsa preziosa. Investire su di loro significa investire sul futuro dell’Italia, su nuove energie, su una società più aperta, dinamica e inclusiva.
Molti Paesi europei hanno già adottato modelli più flessibili e coerenti con la realtà delle migrazioni contemporanee. L’Italia, culla del diritto e della civiltà, non può permettersi di restare indietro. Riconoscere il diritto alla cittadinanza a chi cresce nel nostro Paese è un passo necessario verso una società più giusta, coesa e moderna.

[1] Riguardo questo punto, uno degli stereotipi più diffusi è che il referendum aprirebbe le porte alla cittadinanza per chiunque, senza controllo o requisiti. In realtà, la proposta non prevede affatto una concessione indiscriminata della cittadinanza. Le modifiche legislative suggerite riguardano principalmente l'introduzione dello ius soli temperato (per chi nasce in Italia) e dello ius culturae (per chi cresce e studia in Italia), limitate a individui che hanno legami forti e radicati con il Paese. Si parla quindi di persone che vivono stabilmente in Italia, rispettano le leggi e partecipano alla vita sociale e culturale, non di un accesso automatico e indiscriminato.

DIGNITÀ, PARTECIPAZIONE - Cittadinanza e seconde generazioni https://pop.acli.it/images/APRILE_2025/shutterstock_672053911-696x464.png Redazione POP.ACLI