La povertà assoluta cresce e il governo non riesce ad affrontarla, parola di ISTAT...
La povertà assoluta in Italia avanza e aumenta. E le misure di contrasto messe in campo dall’attuale governo non servono a farla arretrare, né tanto meno diminuire. Il che vuole dire, in parole “povere”, che le persone che vivono in condizione di fragilità economica e sociale in Italia sono sempre di più, sempre di più le famiglie che non riescono ad avere risorse sufficienti per condurre una vita dignitosa, assicurandosi i cosiddetti beni essenziali: una casa, cibo sufficiente e sano, acqua, energia, cure mediche. Come Alleanza contro la povertà lo prevediamo e lo vediamo da tempo. E da tempo lo diciamo e denunciamo: così non si può andare avanti.
La povertà assoluta, lungi dall’essere un’emergenza e in quanto tale contingente, si va sempre più definendo come fenomeno socioeconomico strutturale: una condizione che si va radicando in profondità nei nostri territori e al tempo stesso va estendendosi in latitudine e longitudine: al nord come al sud, la povertà mostra sempre più il suo volto minaccioso, colpendo anche famiglie che un tempo avremmo detto del ceto medio e che oggi sono - o rischiano di essere - in gravi condizioni di disagio economico e, quindi, sociale. Non risparmia chi lavora, come dimostra un numero crescente di lavoratori poveri: segno evidente che il lavoro non è più un antidoto contro la povertà. Colpisce preferibilmente le famiglie con più di due figli, ma non ha pietà per gli anziani, né per chi vive da solo. Colpisce con particolare drammaticità chi ha una disabilità - fisica o intellettiva - e chi se ne prende cura: oggi avere una disabilità in Italia, come pure essere caregiver familiare, espone particolarmente al rischio di impoverimento.
In questo contesto, le misure di contrasto messe in campo dal governo per sfidare la povertà stanno mostrando tutta la loro inadeguatezza, incapacità, inefficacia. In altre parole, stanno fallendo, condannando alla povertà un numero sempre maggiore di persone e di famiglie: tante di queste oggi non hanno accesso a quelle misure, anche se beneficiavano, fino a poco più di un anno fa, del Reddito di cittadinanza; il quale, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, ha aiutato 5,3 milioni di persone ad uscire dalla povertà assoluta tra aprile 2019 e dicembre 2023.
Dalle parole ai dati
E passiamo dalle parole ai numeri: perché ciò che Alleanza contro la povertà ha tante volte detto e denunciato, Istat negli ultimi tempi lo ha chiaramente certificato. Bastano gli ultimi due rapporti pubblicati e diffusi dall’Istituto di statistica, per comprendere quanto la situazione debba essere presa sul serio e affrontata con l'urgenza e la determinazione che un'emergenza sociale di queste dimensioni e di questa portata richiede.
Il primo rapporto è quello sulla Redistribuzione del reddito in Italia nel 2024, pubblicato il 17 marzo scorso. Vi si legge: “Il passaggio dal RDC all’ADI, impattando negativamente sulle famiglie con reddito disponibile più basso, aumenta di oltre 2 decimi di punto l’indice di Gini e questo effetto è solo parzialmente compensato dal lieve effetto positivo connesso alla riforma dell’Irpef, valutata congiuntamente agli esoneri contributivi e all’indennità per i lavoratori dipendenti”. Non è Alleanza contro la Povertà in Italia a dirlo: stavolta sono i ricercatori dell’Istat a scriverlo con molta chiarezza; che ci fa sapere, ancora, che circa 850.000 famiglie hanno registrato una perdita di circa 2.600 euro annui a causa della sostituzione del RDC con l’ADI, in particolare quelle più povere.
A trarre beneficio dalle nuove misure sono state, secondo Istat, le famiglie con persone con disabilità, che hanno visto un lieve aumento del proprio reddito (1.216 euro annui). Per altre 400.000 famiglie, nel passaggio da Reddito di Cittadinanza ad Adi non è cambiato sostanzialmente nulla. Complessivamente, è chiaro che il passaggio dal RDC all’ADI ha aumentato la disuguaglianza economica, incidendo negativamente proprio sulle famiglie più povere. Tutto questo, in un contesto economico in cui i salari non sono adeguati e l’inflazione non regredisce, anzi i prezzi di energia e beni di prima necessità hanno aumenti significativi, come riportato recentemente sempre da Istat, nel Report sui prezzi al consumo. Misure tampone, come il bonus energia possono rappresentare un piccolo alleggerimento, ma non certo quella risposta strutturale che sola può servire per affrontare questa grande emergenza.
Emergenza che viene, anche questa, chiaramente certificata dai numeri di ISTAT, nell’ultimo Rapporto “Reddito e Condizioni di Vita”, relativo agli anni 2023-2024. Bastano pochi dati per tratteggiare i contorni di una crisi economica e sociale che deve richiamare la prioritaria attenzione del governo. Nel 2024, il 23,1% della popolazione italiana (circa 13,5 milioni di persone) è a rischio di povertà o esclusione sociale: nel 2023 la percentuale era leggermente più bassa (22,8%). Leggermente, sì, ma va detto che un incremento, per quanto lieve, diventa significativo e allarmante quando la percentuale è così alta e in costante crescita. Francamente, ci saremmo dovuti aspettare una flessione, invece ci troviamo davanti addirittura a un peggioramento della situazione. Non solo: restano marcate e assai allarmanti le disparità territoriali, ma neanche il ricco Nord può più dirsi, appunto, così ricco. La povertà avanza anche nelle strade del settentrione, dove più l’11,2% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale (contro l’11% nel 2023). Certo, i dati del Mezzogiorno sono ben più allarmanti: qui la percentuale sfiora il 40% (39,2%, a fronte del 39% del 2023). Ancora, deve preoccuparci assai la diminuzione dell’1,6% del potere d’acquisto delle famiglie: anche qui, un lieve peggioramento, che però assume tutto il suo significato quando si pensa alla grave difficoltà che già tante famiglie incontrano nel riempire il carrello della spesa, o nel pagare le bollette o l’affitto.
Famiglie con più di due figli e anziani soli sono particolarmente esposti al rischio di povertà: rispetto al 2023, infatti, l’indicatore aumenta per coloro che vivono in famiglie con cinque componenti e più (33,5% rispetto al 30,7% del 2023) e, soprattutto, per chi vive in coppia con almeno tre figli (34,8% rispetto a 32% del 2023). Per quanto riguarda gli anziani over 65 che vivono da soli, la percentuale sale dal 27,2% del 2023 al 29,5% del 2024. Questo è un altro chiaro segno dell’inadeguatezza delle attuali misure di contrasto, che non riescono a rinforzare neanche coloro ai quali sono principalmente dirette, ovvero famiglie con minori e anziani.
Infine, un ulteriore dato preoccupante riguarda la povertà tra gli occupati: nel 2024, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,3% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, a fronte del 9,9% del 2023. “Questo fenomeno evidenzia come avere un impiego non garantisca necessariamente una condizione economica sufficiente a evitare la povertà”, si legge nel rapporto Istat.
Sono urgenti interventi che restituiscano al lavoro la funzione di antidoto contro la povertà: una funzione che sta via via perdendo, con conseguenze socio-economiche gravissime.
Dai dati ai fatti
I numeri parlano chiaro: l’aumento e l’estensione della povertà assoluta nel nostro Paese, associato alla netta riduzione della platea dei beneficiari delle misure di sostegno, rappresentano per il nostro Paese un’emergenza gravissima. Se non si porrà al più presto rimedio, innanzitutto con misure straordinarie e poi con politiche strutturali, in cui sia ripristinato il principio fondamentale dell’universalismo selettivo, il nostro Paese è destinato a precipitare in un’emergenza socio-economica che trova precedenti simili solo negli immediati dopoguerra. Chiediamo al governo di porre la questione come prioritaria e di affrontarla con la determinazione e l’urgenza che questa richiede e non con la timidezza con cui finora l’ha approcciata. Tutte le persone che vivono in povertà assoluta, o che stanno per precipitare in questa condizione, devono essere sostenute non con misure sporadiche e ‘bonus’, ma con un sostegno che sia capace di permettere il reinserimento sociale. Il governo deve ascoltare questo nostro appello e convocare al più presto quell’Osservatorio sulle povertà che ha istituito e di cui ci ha invitato a far parte, ma che non ha mai reso operativo. È il momento di passare dalle parole ai fatti, correggendo gli errori, superando le criticità e i pregiudizi e assegnando alla lotta alla povertà la priorità e l’urgenza che questa sfida richiede e rivendica.
Come Alleanza contro la povertà, abbiamo già indicato alcuni possibili, auspicabili correttivi alle attuali vigenti misure di contrasto: con poco sforzo e risorse molto contenute, si potrebbe tornare ad ampliare la platea di beneficiari delle misure, tornando a includere tanti, troppi, che si sono visti tagliati fuori proprio da quelle politiche che avrebbero dovuto sostenerli. Abbiamo consegnato al governo le nostre proposte anche sotto forma di emendamenti alla Legge di bilancio: alcune di queste sono state accolte, ma altre non sono state recepite. In particolare, c’è un principio che deve essere ripristinato, un principio che è e deve continuare ad essere il fondamento delle politiche di contrasto alla povertà. È l’universalismo selettivo, sulla base del quale tutti coloro che sono in condizione di povertà devono essere sostenuti, a prescindere dalle proprie caratteristiche anagrafiche o sanitarie. Quel principio è stato smantellato dalla legge 85/2023, che ha invece diviso i poveri in categorie, riservando i benefici delle misure solo ad alcune di queste. È ormai evidente che la categorizzazione della povertà e delle politiche a questa dirette non funziona: solo il ritorno a un universalismo selettivo potrà porre le basi di politiche efficienti, efficaci ed eque. Alleanza contro la povertà mette a disposizione le proprie competenze, le proprie analisi e le proprie professionalità e ben volentieri collaborerà con il governo nella ricerca e la messa in campo di strumenti che vadano in questa direzione, nell’interesse del Paese e di chi lo abita.