Tra identità, riforma e partecipazione democratica, una riflessione sul Decreto Legge n. 36/2024...
Il Decreto-legge n. 36 del 28 marzo 2024 ha introdotto una modifica profonda e, per certi versi, epocale al sistema di riconoscimento della cittadinanza italiana. Il provvedimento limita l’accesso alla cittadinanza per gli italo-discendenti alle sole prime due generazioni (figli o nipoti di italiani nati in Italia), incidendo direttamente sulla legge n. 91 del 1992, che fino ad oggi riconosceva il diritto alla cittadinanza iure sanguinis potenzialmente senza limiti temporali. Questo cambiamento segna un vero e proprio cambio di paradigma, che obbliga a riflettere sul significato profondo della cittadinanza e su come essa venga oggi concepita in rapporto alla storia, alla cultura e ai diritti.
L’urgenza e la “sicurezza nazionale” come pretesti per evitare il confronto
Nel testo del decreto compaiono le parole “urgenza” e “sicurezza nazionale”, due concetti che evocano uno scenario emergenziale e che giustificano, nella forma, l’adozione di un decreto-legge. Ma nel merito, ci si chiede: dov’è l’urgenza che impedisce un dibattito parlamentare ampio e trasparente su un tema così strategico per l’identità e la proiezione internazionale del nostro Paese? Perché non si è seguito un percorso legislativo ordinario, aperto alla partecipazione delle forze politiche, della società civile, delle comunità italiane all’estero e degli organi di rappresentanza come il CGIE e i COMITES?
È da anni che realtà come le ACLI, insieme a numerosi soggetti sociali e culturali, chiedono una riforma della cittadinanza che sia consapevole, equa e coerente con il nostro tempo. È paradossale che, proprio dopo tanta attesa e dibattito pubblico, si arrivi a una modifica profonda della legge 91/92 attraverso uno strumento che, per sua natura, rischia di finire in una fiducia al Governo escludendo ogni riflessione e modifica di senso.
La generazione come confine, l’identità come esclusione
La logica sottesa al decreto sembra voler riconoscere la cittadinanza solo a chi è più “vicino” all’Italia per linea di sangue, ipotizzando che i nipoti di cittadini italiani nati in Italia siano culturalmente e linguisticamente più affini al Paese. Ma questa visione si rivela miope e semplificatoria: non tiene conto della ricchezza e complessità delle comunità italiane nel mondo, né valorizza i percorsi identitari di chi, pur distante geograficamente o generazionalmente, sceglie ogni giorno di coltivare la propria italianità.
Questa semplificazione tradisce lo spirito originario della legge del 1992, che aveva il merito di dare senso alla cittadinanza come appartenenza affettiva, culturale e storica all’Italia con un riconoscimento pieno alla storia della nostra emigrazione che, molto più degli altri paesi europei, è legata al sacrificio individuale e collettivo, motivo per il quale l’8 agosto, giorno della tragedia di Marcinelle, si celebra la memoria del sacrifico del lavoro italiano nel mondo. Trasformarla in un criterio generazionale rigido significa rifiutare la sfida della complessità e ignorare il contributo che milioni di italo-discendenti offrono all’Italia, sia sotto il profilo culturale che economico e simbolico.
Un referendum per riaprire il dibattito sulla cittadinanza
Proprio per queste ragioni, è sempre più urgente un confronto democratico ampio e partecipato su questo tema. In questo contesto, il referendum sulla cittadinanza italiana è una straordinaria occasione perché, aldilà del giudizio sulla validità dei limiti introdotti dal decreto, apre un orizzonte più ampio sulla cittadinanza come diritto fondamentale e strumento di inclusione e di dignità, parola cardine della nostra campagna.
Superare le strettoie dell’approccio emergenziale per affrontare temi strutturali come lo ius soli – il diritto di cittadinanza basato sul luogo di nascita – che continua a essere negato nel nostro ordinamento, nonostante le nostre comunità ci dicano il contrario sia dal punto di vista statistico che sociale. La direzione presa è opposta e questo decreto in qualche modo fa suo il concetto dello ius soli in quanto solo se sei nato in Italia puoi trasmettere la cittadinanza ai discendenti. Una sovrapposizione tra ius soli e ius sanguinis che comprime sempre di più gli spazi del diritto.
“Italiani che non parlano italiano”: tra cliché e realtà
Uno degli argomenti che più frequentemente ritorna nel dibattito è quello, a volte usato in modo strumentale, degli “italiani che non parlano italiano” e questo decreto non incide su questo versante. È una critica che colpisce indiscriminatamente tutti gli italo-discendenti, alimentando una narrativa superficiale che associa la cittadinanza a una conoscenza linguistica presunta e stereotipata. La realtà, come sempre, è molto più articolata: esistono giovani italo-argentini, italo-brasiliani, italo-australiani che parlano correntemente l’italiano, conoscono la nostra cultura meglio di molti residenti e si impegnano ogni giorno per mantenerla viva nei propri contesti.
In questo senso, una riforma responsabile della legge sulla cittadinanza dovrebbe prevedere criteri oggettivi di conoscenza linguistica e culturale – ad esempio attraverso certificazioni ufficiali – piuttosto che basarsi su meri confini generazionali. In questo modo, si renderebbe il processo più giusto e coerente con l’idea di cittadinanza attiva e partecipata.
Semplificare sì, escludere no
Sul piano pratico, si annunciano anche modifiche alle procedure di richiesta della cittadinanza con gravi aumenti di costo e centralizzazione al Ministero degli Esteri, con l’obiettivo dichiarato di “alleggerire la pressione sui Consolati e sui Comuni”. Questo è un intento condivisibile, ma deve essere perseguito senza sacrificare l’accesso ai diritti. Snellire le procedure non deve significare alzare barriere, introdurre numeri chiusi o creare disincentivi burocratici che penalizzano proprio le fasce più deboli e motivate. La cittadinanza non può diventare un premio da conquistare a fatica o un lusso riservato a pochi: è, e deve restare, un diritto che riconosce legami, storie, radici.
Partecipazione, diritti e futuro
Infine, il tema della partecipazione dei nuovi cittadini alla vita pubblica merita una riflessione profonda. La proposta di condizionare la cittadinanza alla partecipazione ad almeno un’attività civica ogni 25 anni appare del tutto inadeguata. Non si può ridurre il concetto di cittadinanza a un obbligo formale, a un atto burocratico da compilare ogni tanto. È necessario un investimento strutturale su informazione, educazione civica, relazioni culturali e strumenti di partecipazione attiva, affinché le nuove generazioni di italiani nel mondo si sentano parte integrante del nostro progetto nazionale.
Sono questi i veri investimenti strategici: quelli che, generando relazioni e senso di appartenenza, producono un ritorno economico, culturale e politico. Una “Italia fuori dall’Italia” viva, consapevole, plurale, è una risorsa per tutto il Paese, non un problema da gestire.
Serve una visione nuova e condivisa
Un pezzo della nostra campagna “Pace, lavoro, dignità” è strettamente legata a questi temi. È urgente una visione nuova, inclusiva, capace di coniugare identità e diritti, storia e futuro. Serve un modello di cittadinanza che guardi oltre il sangue e oltre la generazione, che riconosca l’appartenenza come scelta e impegno, non solo come eredità biologica.
Il referendum sulla cittadinanza e l’introduzione di forme di ius soli rappresentano due fronti di questa sfida. Non si tratta di aprire indiscriminatamente, ma di costruire consapevolmente. Una cittadinanza che unisce, include, responsabilizza: questo dovrebbe essere l’orizzonte di una riforma autentica, degna del nome dell’Italia che vogliamo.