Nelle giornate dell’8 e 9 giugno, saremo chiamati a votare per 5 referendum abrogativi in materia di disciplina del lavoro e riconoscimento della cittadinanza italiana…

Le ACLI, pur non avendo partecipato alla raccolta firme per la presentazione di questi quesiti referendari, ritengono che si tratti di una sfida importante per riportare il tema del lavoro dignitoso e del riconoscimento dei diritti di cittadinanza agli stranieri al centro delle agende politiche. La vera democrazia infatti è fatta di diritti sociali, quei diritti nei quali le ACLI, quale associazione dei lavoratori e delle lavoratrici, sono impegnate da sempre, sia costruendo opportunità concrete per le persone attraverso i propri servizi, sia denunciando quel pericoloso arretramento democratico che rileviamo anche ora e che riguarda l’indebolimento delle tutele sociali, la riduzione della libertà di espressione e in particolare dell’espressione del dissenso, la colpevolizzazione delle fragilità sociale, l’aumento delle disuguaglianze, il disinvestimento nelle politiche sociali, la disumanizzazione dell’economia, la deriva securitaria nella gestione delle politiche di accoglienza. La democrazia ha come fine la giustizia sociale e l’inclusione e, contemporaneamente, si alimenta della propria capacità di assicurare alle persone quanto previsto dall’art. 3 della nostra Costituzione, ovvero della capacità di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

I 5 quesiti aprono ad una necessità di approfondimento e di confronto rispetto a cui, trattandosi di un tema amplissimo, dedicherò in modo molto schematico qualche riflessione limitatamente a 3 aspetti.

1. LO STRUMENTO. Il Referendum è uno strumento di democrazia, che ha una sua validità, ma che va collocato nel quadro della salute della nostra democrazia rappresentativa.

Una prima riflessione riguarda lo strumento in sé del Referendum abrogativo, previsto dal nostro ordinamento e utilizzato più di 70 volte per altrettanti quesiti. Lo strumento del referendum può, dal mio punto di vista, contribuire colmare un deficit di rappresentanza, configurandosi quale strumento istituzionale con cui gli elettori possono definire un aspetto - seppur limitato - dell'ordinamento giuridico e dunque possono evidenziare così un proprio comune sentire, anche al di là della posizione ufficiale delle coalizioni partitiche e degli stessi organi rappresentativi. Si tratta di uno strumento che va comunque visto all’interno di un quadro molto chiaro di democrazia rappresentativa, in cui cioè, come previsto dalla nostra Costituzione, rappresentanza e partecipazione si alimentano e richiedono dunque di essere entrambe rilanciate, anche sperimentando esperienze, cornici, modalità, improntate al dialogo e a rinforzare quel rapporto tra cittadini e istituzioni che negli ultimi decenni si è fortemente indebolito.
Il referendum può dunque offrire un contributo positivo in questo senso, se non viene concepito in un quadro di semplificazione o di utilizzazione demagogica, o di contrapposizione con il Parlamento, quale luogo della mediazione democratica, in quanto altrimenti rischierebbe di configurarsi non come strumento capace di allargare il perimetro della partecipazione, ma piuttosto come clava per deprimere invece ulteriormente il ruolo della rappresentanza, oggi attaccata da visioni semplificatrici centrate sulla prevalenza dell’argomento della governabilità.
L’appeal del referendum e dunque la possibilità che gli elettori rispondano con una partecipazione convinta è, peraltro,  fortemente compromesso da numerosi fenomeni tra cui citiamo, negli ultimi decenni:  il fenomeno della disaffezione al voto e dell’astensionismo; la percezione di una politica sempre più distante dai cittadini, di una politica incapace di rispondere alle sfide sociali, economiche, culturali, in un Paese sempre più segnato da forti disuguaglianze; la fase del sovranismo e dell’antipolitica; il dilagare del populismo in tutta Europa; un passato in cui gli elettori hanno manifestato una sempre maggiore difficoltà ad accostarsi ai quesiti abrogativi sempre più complicati e tecnici, riguardanti delicate questioni importanti ma spesso poco comprensibili; il prevalere da parte della politica della tattica astensionista per opporsi di fatto al referendum; un uso strumentale del referendum, quale cioè strumento di consenso popolare.
In un quadro complesso e richiamato qui per brevi cenni, per le ACLI il referendum resta uno strumento di democrazia attraverso cui i cittadini possono partecipare alla costruzione delle decisioni pubbliche, uno strumento di democrazia diretta a cui dare il giusto peso, in un quadro più articolato di ripensamento della qualità della democrazia, di ricerca di forme di democrazia partecipativa e deliberativa, in un quadro chiari di democrazia rappresentativa. Anche il Referendum in questo senso rappresenta dunque uno degli strumenti possibili per permettere ai cittadini di esprimere il proprio parere su questioni legislative specifiche, influenzando direttamente il quadro normativo del Paese.

2. I CONTENUTI. I referendum pongono delle questioni molto concrete, che vanno valutate per la loro capacità di cambiare in modo significativo la vita delle persone.

Come è noto, dei 5 referendum, 4 riguardano il tema Lavoro e 1 riguarda il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Le ACLI appoggiano convintamente il quesito referendario che consentirebbe di dimezzare da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia dello straniero extracomunitario richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza che, una volta ottenuta, sarebbe trasmessa ai propri figli minori (vedi il dossier di approfondimento). Riteniamo infatti che la presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese sia di per sé un arricchimento e che attraverso il riconoscimento dei diritti di cittadinanza si possa essere parte attiva della nostra società, contribuendo alla costruzione del bene comune, alla partecipazione alla vita politica, sociale e culturale del nostro paese. Cinque anni di permanenza continuativa in Italia ci sembrano sufficienti per incentivare le persone che si sono legate al nostro Paese a rimanerci, contribuendo come tutti gli altri cittadini italiani al benessere della collettività, lavorando in questo Paese, mandando i propri figli a scuola, contribuendo al sistema fiscale e previdenziale nazionale, mettendo le proprie idee e le proprie competenze a servizio della comunità locale e nazionale. Inoltre, la riduzione dei tempi a 5 anni per la richiesta di cittadinanza diminuirebbe la sensazione di fragilità e di precarietà che un titolo di soggiorno temporaneo inevitabilmente crea. Sentirsi parte di uno stato più accogliente aiuta nel progettare la propria vita, nel fare investimenti, nell'impegnarsi per lo sviluppo e la sicurezza della propria famiglia e del proprio contesto locale, superando approcci meramente utilitaristici o scorciatoie che favoriscono e alimentano l’illegalità. Sul tema della cittadinanza italiana le ACLI hanno sostenuto progetti molto più ambizioni e aperti, rispetto a quanto prospettato da questo quesito, proposte che mettevano fortemente in discussione le attuali leggi in vigore in materia di immigrazione e che auspicavano l’approvazione di una riforma radicale, a partire dallo Ius Soli, in nome di una maggiore integrazione, secondo i principi e nella direzione indicata dalla Costituzione, oltre che dalla Dottrina sociale della Chiesa.
Per quanto riguarda invece i referendum sul Lavoro, come ACLI abbiamo scelto di non essere tra i promotori e di non indicare una preferenza di voto, ma di preferire tre strade, in linea con la vocazione educativa e formativa della nostra Associazione: (a) approfondire i singoli quesiti in modo serio, appoggiandosi al contributo di alcuni ricercatori e superando una possibile deriva ideologica, elaborando un dossier di approfondimento; (b) promuovere nei territori attraverso i nostri circoli, le nostre realtà provinciali e regionali, incontri di approfondimento, scambio, confronto dialettico, anche coinvolgendo i referenti dei comitati referendari, per promuovere una partecipazione informata che possa rendere le persone più consapevoli e insieme riportare nelle agende politiche delle istituzioni ai vari livelli il tema del lavoro, anche favorendo interventi legislativi più articolati e complessi, rispetto ai limiti insisti nello strumento del referendum abrogativo; ciò è ancora più rilevante nell’interconnessione e nella profonda stratificazione delle leggi italiane in tema di lavoro; (c) invitando tutti i soci ad andare a votare e ad attivare un confronto diffuso e convinto sulle questioni principali che riguardano il mondo del lavoro.

3. LA CORNICE ASSOCIATIVA. I referendum sono stati promossi in contemporanea a quello sull’autonomia differenziata e hanno condotto alla costituzione di Comitati referendari locali.

Le ACLI avevano contribuito alla costituzione del Comitato referendario contro l’Autonomia Differenziata e in questo quadro avevano partecipato attivamente alla raccolta firme nei diversi territori, collaborando attivamente con ampie reti di associazioni, enti, organizzazioni sindacali, fino a quando a gennaio 2025 la Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibile il quesito referendario. In questo quadro di mobilitazione, soprattutto all’estero, molte realtà locali hanno liberamente deciso di continuare a collaborare con queste reti, a favore della partecipazione al voto ai 5 referendum. Questa attivazione dal basso va letta anche nel quadro del  cantiere nazionale che le ACLI  hanno lanciato lo scorso anno, chiamato “La tua politica”, per rendere la politica più vicina ai cittadini, in una fase caratterizzata da una grande crisi di fiducia e dal fenomeno dell’astensionismo; una  mobilitazione attraverso cui abbiamo anche elaborato due proposte di legge di iniziativa popolare, l’una per una maggiore trasparenza dei partiti e l’altra per la promozione di Assemblee partecipative. Infine, la campagna referendaria trova spazio anche all’interno della nostra campagna annuale PACE LAVORO E DIGNITÀ, che da alcuni anni collega tra loro le tante iniziative territoriali che organizziamo tra la festa delle Liberazione – 25 aprile, la Festa del Lavoro – 1 maggio, la festa dell’Europa – 9 maggio e la Festa della Repubblica – 2 giugno, quest’anno arricchite dal Giubileo dei Lavoratori (1-4 maggio) e appunto dal voto referendario, l'8 e 9 giugno.

Impegniamoci dunque ad approfondire le ragioni pro e contro i 4 referendum sul Lavoro, sosteniamo convintamente il referendum sulla cittadinanza italiana e andiamo a votare domenica 8 giugno dalle ore 7 alle ore 23 e lunedì 9 giugno dalle ore 7 alle ore 15.

Lavoro, DIGNITÀ, PARTECIPAZIONE - Cosa rappresentano oggi i referendum nella nostra fragile democrazia? https://pop.acli.it/images/APRILE_2025/Referendum_dasitoACLI.jpg Redazione POP.ACLI