Concluso il conflitto nella ex Jugoslavia, IPSIA decise di restare in Bosnia Erzegovina per contribuire alla ricostruzione delle abitazioni, ma soprattutto alla ricostruzione del tessuto sociale ed economico del Paese. Nasce così il progetto BRAT, Balkan Route: Accoglienza in Transito...

Chi ha più di 35 anni ricorderà il marziale saluto fra Thom Karremans e Ratko Mladić come una delle immagini più emblematiche ed inquietanti del conflitto in Bosnia Erzegovina. Un cortese saluto a favore di telecamere che suggellò il più grande genocidio dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’eccidio di Srebrenica. Un massacro di oltre 8000 uomini, fra adulti e ragazzi, reso possibile anche per l’ignavia del contingente olandese delle Nazioni Unite.

In quelle immagini lo sguardo smarrito del comandante olandese e il ghigno beffardo del comandante serbo bosniaco sembravano sancire anche la fine di un utopistico progetto comune dove diritti universalmente riconosciuti e organizzazioni internazionali erano gli strumenti per prevenire i conflitti e promuovere percorsi per la loro risoluzione non violenta. Una stretta di mano che pareva suggellare il ritorno ad un feroce e irrefrenabile nazionalismo. Non andò così in Bosnia Erzegovina, ma il processo era avviato.

Il genocidio di Srebrenica, il massacro al mercato di Sarajevo, l’umiliazione dell’ONU, l’”operazione Tempesta” lanciata dalle forze bosgnacche e croate, i bombardamenti della Nato, lo sdegno crescente della comunità internazionale e, infine, la massiccia azione diplomatica messa in campo dagli USA di Clinton portarono nell’autunno del 1995 ad un cessate il fuoco dopo tre anni di guerra e 100.000 morti.

L’accordo di Dayton per la comunità internazionale fu un successo, perché in effetti la guerra cessò, ma le fredde analisi di diritto internazionale non sempre coincidono con il sentire dei cittadini della Bosnia Erzegovina, che continuano a pensare al proprio Paese come un luogo tutt’altro che piacevole da abitare, come testimoniano circa un milione di emigrati dal 1992. In effetti, se la guerra cessò, gli accordi di Dayton nel riconoscere pari dignità alle tre etnie coinvolte nel conflitto finirono però per cristallizzarne le posizioni, offrendo un semplicistico escamotage alle forze politiche per non affrontare i problemi urgenti dei cittadini (lo sviluppo economico, la disoccupazione, la corruzione, la coesione sociale…). In fondo, ricorrere a false narrazioni di parte, ostacolare la ricostruzione storico-scientifica e impedire la formazione di una memoria collettiva restano sempre ed ovunque un’ottima strategia per rimanere al potere, addossando ad “altri” la causa dei problemi ed evitando la fatica del dialogo e l’avvio di percorsi di conciliazione e di democratizzazione.

Ripercorre, seppur superficialmente, questi elementi storici evidenzia ancora una volta come la Bosnia sia stata e sia ancora un paradigma per interpretare conflitti e costrutti sociali e politici di carattere generale. Fra gli elementi che caratterizzarono i conflitti nell’ex Jugoslavia non va dimenticato il ruolo delle organizzazioni della società civile che nel coinvolgersi massicciamente ridefinirono anche ruolo e identità.

La “Bosnia”, infatti, per almeno una generazione di persone è stata luogo di costruzione di un’identità collettiva e sperimentazione di un nuovo modo di pensare e costruire pace e libertà a partire dalle vittime del conflitto e non da schieramenti politici o di appartenenza precostituita. In questa esperienza anche le Acli sin da subito si coinvolsero, ritrovate e anche ridefinite; centinaia di persone attraverso “Un sorriso per la Bosnia” conobbero le Acli e delle Acli ne divennero anche attivisti; in quel progetto IPSIA, l’ONG delle Acli nata nel 1985, ridefinì la propria mission e il proprio stile.

Concluso il conflitto, IPSIA decise di restare in Bosnia Erzegovina per contribuire alla sua ricostruzione. Una ricostruzione delle abitazioni, ma soprattutto una ricostruzione del tessuto sociale ed economico del Paese. Sin dal 1997 IPSIA è presente nel territorio del cantone dell'Una-Sana e ai primi interventi di ricostruzione delle strutture si sono affiancati progetti di assistenza psicopedagogica alle vittime di guerra e la promozione di campi di volontariato e di conoscenza del conflitto. Negli anni a seguire i progetti accompagnarono i cambiamenti del Paese e furono così promosse iniziative per sostenere lo sviluppo sociale, cercando di modificare il tessuto economico tramite, ad esempio, il supporto allo sviluppo del turismo locale, ma anche sostenendo i progetti di inclusione e partecipazione dei più fragili e dei più giovani.

Una presenza importante e sempre più riconosciuta a livello locale e internazionale e che dal 2018 non poteva non essere coinvolta dalla migrazione massiccia che dal 2015 si riversò sulla cosiddetta Balkan Route. Iniziò così un’azione articolata a favore delle decine di migliaia di migranti che tentavano di attraversare il paese balcanico con la speranza di entrare in quella che a tutti gli effetti stava diventando la “Fortezza Europa”. In linea con quanto da sempre fatto si organizzarono interventi umanitari e di supporto psico-sociale mantenendo, però, una forte attenzione al tema dell’inclusione nella comunità locale, alla sensibilizzazione delle giovani generazioni e la promozione del volontariato.

In questa linea di azione va ascritto da ultimo il progetto BRAT - Balkan Route: Accoglienza in Transito – finanziato dall’Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) che ha visto il 14/15 maggio scorso la realizzazione di due degli eventi conclusivi del progetto avviato nel 2021. La città di Bihać per due giorni è stata teatro di una restituzione di questo progetto. Convegni istituzionali si sono affiancati a mostre e concerti per illustrare i molteplici ambiti d’intervento: dalla formazione all’accoglienza, dagli interventi di soccorso lungo la rotta alle attività psicosociali sviluppate all’interno dei centri di transito, fino alle forme alternative di accoglienza per i minori non accompagnati, che hanno nel Centro di Accoglienza per minori inaugurato a settembre il loro snodo.

Una mostra interattiva sui temi della Rotta Balcanica ha accompagnato i partecipanti, a vivere un'esperienza interattiva e immersiva, creata per promuovere empatia e comprensione della difficoltà migratoria. Un percorso – che ha portato i visitatori a conoscere la Rotta Balcanica dalla Turchia fino alle porte dell’Unione Europea – articolato in tappe e prove da superare, che ha fatto sperimentare alcune delle emozioni che le persone vivono durante il viaggio, incontrando trafficanti di esseri umani, forze dell’ordine, faccendieri di vario tipo che hanno fatto percepire come si possa essere depredati della propria dignità umana e dove tutto ha un prezzo, e questo prezzo va pagato sempre.

A rappresentare l’Italia e le sue istituzioni erano presenti S.E. l’Ambasciatrice d’Italia a Sarajevo Sarah Eti Castellani e Mersiha Behlulović di AICS Tirana, sede di Sarajevo, che ha sottolineato come “in un contesto complesso e in continua evoluzione come quello migratorio in Bosnia ed Erzegovina, il progetto BRAT ha saputo distinguersi come un’iniziativa concreta, strutturata e multisettoriale. […] Un modello che ha messo al centro la convivenza e la coesione sociale, con un'attenzione particolare ai soggetti più vulnerabili. Come Cooperazione Italiana, siamo orgogliosi di aver sostenuto un progetto che ha saputo unire il livello operativo e quello politico, rispondendo alle urgenze del presente con una visione orientata al futuro. Un progetto che ha rafforzato ulteriormente relazioni tra persone, istituzioni e comunità”.

Parole che in fondo rappresentano e sintetizzano non tanto e solo un progetto di cooperazione internazionale, quanto il senso di stare ancora in un Paese che prova ad andare oltre le ferite di un luogo e doloroso conflitto, che molti ancora si portano dentro e che molti vorrebbero dimenticare.

PARTECIPAZIONE, PACE - IPSIA: 30 anni in Bosnia https://pop.acli.it/images/GIUGNO_2025/brat.jpg Redazione POP.ACLI