Pubblichiamo un'intervista al Presidente nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, per comprendere come l'esperienza aclista e l'azione politica di Emilio Gabaglio e Domenico Rosati siano ancora presenti e attuali...

In che modo le presidenze di Gabaglio e Rosati hanno cambiato le ACLI?

Premetto che in poche parole non si può descrivere le due esperienze che hanno condizionato tanto la vita del movimento. Per estrema sintesi potrei dire che sia Gabaglio che Rosati, pur avendo fra di loro una certa differenza di età e di esperienze personali, erano seguaci della scuola politica e formativa di Livio Labor, il quale, lasciando la presidenza nel 1969, scelse il giovanissimo Gabaglio come suo sostituto. A Gabaglio toccò dunque in prima istanza la difficile gestione del passaggio congressuale che sanciva la fine del collateralismo verso la DC, in un quadro di rapporti politici ed ecclesiali in movimento (si era nell’immediato post Concilio) e in una fase di forte contestazione sociale e generazionale. È possibile che nella sua gestione egli abbia peccato di ingenuità e di intempestività, ma sicuramente fu interprete di un movimento reale, anche dentro la Chiesa e alle ACLI, che non può essere liquidato col senno del poi: anche la famosa “ipotesi socialista” di Vallombrosa 1970 non nasceva dal nulla. Credo che di lui si debba ricordare il coraggio per le scelte assunte ed il senso di responsabilità per essersi messo da parte quando capì che era l’unico modo per salvare le ACLI.

Rosati fu partecipe delle scelte di quel periodo, ma dovette gestire una necessaria fase di recupero dei rapporti politici ed ecclesiali, prima come braccio destro di Marino Carboni e poi in prima persona, utilizzando con notevole intelligenza politica la fase nuova aperta dalla strategia berlingueriana del compromesso storico e dal tentativo di riforma della DC messo in atto da Moro e Zaccagnini. A lui va anche dato atto di avere intuito la fine di una lettura rigidamente classista della società avviando una riflessione sul ruolo dei ceti medi nel nostro Paese.

Sono stati indubbiamente due innovatori, sia pure con stili diversi, e le ACLI gli debbono molto.

Come l’eredità di Gabaglio e di Rosati influenza la tua azione di Presidente?

Mi sembra che non solo io ma tutte le ACLI vivano della loro eredità, nel senso che le scelte difficili che loro adottarono ci appartengono interamente. Se le ACLI oggi sono autonome da ogni partito politico, ma capaci di dialogare con tutti, se sono pienamente inserite nella vita della Chiesa con una loro posizione originale, se hanno una capacità specifica di lettura dell’evoluzione della società e del lavoro, se hanno una proiezione di tipo internazionale, direi che anche questo rientra dell’eredità di questi Presidenti come dei loro predecessori (in particolare Labor, che fu il loro maestro) e successori. Di sicuro il loro insegnamento più grande è stato quello di avere coraggio, nell’azione politica, sociale, di denuncia e di azione.

Ci sono aneddoti o episodi particolari che ricordi di loro e che potrebbero ispirare gli aclisti di oggi?

Non ho un aneddoto particolare: né l’uno né l’altro erano di quelli che pensano che le ACLI finiscano quando loro non sono più Presidenti. Infatti, hanno partecipato, compatibilmente alle loro condizioni di salute, a tutti i momenti più importanti della nostra vita, anche ai più recenti, ed io ripenso ancora con commozione a quella foto che ritrae tutti gli ex Presidenti all’udienza pontificia del 1° giugno, con Rosati che volle essere presente ad ogni costo pur dovendo stare in carrozzina. Ecco, mi pare che questa presenza discreta, questa disponibilità ad esserci, a chiarire alcuni passaggi storici, a consigliare, sia il filo tenace che ci tiene tutti uniti. Sono tanti gli incoraggiamenti e l’amicizia ricevuta da questi due “giganti associativi” sempre all’insegna dell’accompagnamento senza lesinare critiche mi hanno sempre fatto sentire la loro stima.

In che modo le loro idee della promozione dei diritti dei lavoratori e della giustizia sociale possono essere ancora un patrimonio delle ACLI oggi?

Mi sembra che il tratto caratteristico di Gabaglio sia stato l’aver percepito fin da giovane, fin dalle sue prime responsabilità nelle ACLI, l’importanza della dimensione internazionale delle questioni sociali, percezione che affinò e sviluppò all’interno della CISL e che trovarono il loro coronamento nella sua lunga esperienza di Segretario generale della Confederazione dei sindacati europei, arrivata peraltro in una fase storica delicata, quella della caduta dei regimi comunisti, della nascita di un sindacalismo libero anche nell’Europa orientale, del Trattato di Maastricht, dell’aspirazione ad un’Europa sociale coltivata insieme a Delors. In tutto ciò, come pure negli anni successivi, Gabaglio lesse sempre le questioni internazionali in un’ottica di promozione della condizione dei lavoratori e delle classi sociali più deboli.

Rosati dovette affrontare da Presidente i momenti difficili dell’unità nazionale contro il terrorismo e della fase di ristrutturazione del sistema produttivo ed economico degli anni Ottanta, che spiazzò le forze politiche, ruppe l’unità sindacale e vanificò progressivamente molte delle conquiste dei lavoratori negli anni precedenti. Soprattutto egli intuì le insidie della seconda guerra fredda e posizionò le ACLI decisamente sulla prospettiva del pacifismo e della risoluzione dei problemi internazionali con metodi alternativi alla guerra. Come senatore della DC nel 1991 fu fra i pochi ad opporsi alla prima guerra del Golfo, e probabilmente questo gli costò la rielezione l’anno successivo.

Di questa chiarezza di visione, di questa nettezza di coscienza avremmo bisogno oggi.

Gabaglio e Rosati: tutte le ACLI vivono della loro eredità. Intervista a Emiliano Manfredonia https://pop.acli.it/images/DICEMBRE_2024/1090_-_Rosati_-_Gabaglio_-_Labor__Congresso_1969.jpg Redazione POP.ACLI