Nel Nord-est il dopoguerra è stato lungo, difficile e tormentato. Il destino di Trieste e quello della Venezia Giulia rimangono sospesi per nove lunghissimi anni…

1954? Trieste ritorna all’Italia? Sì, avete letto bene… la guerra, la seconda terribile guerra mondiale era terminata nove anni prima e più, ma quassù a nord-est il dopoguerra è stato lungo, difficile, tormentato. E il destino di Trieste, insieme a quello della Venezia Giulia che il trattato di pace di Parigi – due anni dopo la fine del conflitto! – non aveva assegnato alla nuova Jugoslavia del maresciallo Tito, leader del movimento di liberazione e del Partito comunista jugoslavi, rimase a lungo in sospeso. Che cosa accadde in quei nove lunghi anni? Occupata dalle truppe di Tito, dopo quaranta giorni durissimi, la città – e con essa Gorizia – fu lasciata agli Alleati e la Venezia Giulia fu suddivisa in due zone di influenza. Poi il trattato di pace del febbraio 1947 – le cui conseguenze vengono ogni anno commemorate nel Giorno del ricordo – vide la dolorosa cessione della maggior parte dell’Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia. Rimase invece incerto il destino di Trieste e di quanto era rimasto della sua provincia – la zona A controllata dalle autorità militari angloamericane – e di una piccola porzione dell’Istria nord-occidentale, comprendente i distretti di Capodistria e di Buie: la zona B, controllata dalle autorità militari jugoslave (vedi carta).

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Tutto ciò, si badi, accadeva proprio quando la “guerra fredda” tra il blocco occidentale e quello comunista, di cui la Jugoslavia rappresentava un’avanguardia sull’Adriatico, si affacciava sulla scena mondiale. Le due zone avrebbero dovuto formare un piccolo stato indipendente, il Territorio libero di Trieste (TLT), la cui nascita era stata decisa a Parigi. Per complesse ragioni diplomatiche e politiche, il TLT non vide mai la luce perchè non ne venne mai eletto il governatore, carica alla quale si candidò ironicamente perfino un grande poeta triestino, Umberto Saba. Il fatto è che gli angloamericani – soprattutto questi ultimi – non desideravano affatto permettere a Tito di entrare a Trieste, ma non ci si poteva nemmeno compromettere il suo sostegno in uno scontro con l’URSS. Ciò nonostante, nel marzo del 1948 le potenze occidentali vincitrici – USA, Regno Unito e Francia – emanarono la cosiddetta “Nota tripartita” in cui si parlava di riassegnare all’Italia l’intero TLT. La dichiarazione non fu per niente gradita agli jugoslavi che se la presero – e non era la prima volta – con gli italiani della zona B. Nella Venezia Giulia – territorio, occorre ricordarlo, multietnico e dalle molte anime – le cose non sono mai semplici e anche questa volta la situazione si ingarbugliò ulteriormente .Pochi mesi dopo l’emanazione della nota, infatti, ecco una svolta clamorosa: Tito, il leader jugoslavo che non si considerava affatto un satellite di Stalin, decise di “rompere” con l’URSS divenendo così da minaccia al mondo occidentale un alleato da non scontentare! Come uscirne? L’unica via apparve quella di “congelare” le sorti del TLT, dove lo scontro politico e nazionale era da sempre bollente. Nella zona A i partiti filoitaliani e una miriade di organizzazioni patriottiche – tra cui non mancavano i neofascisti – premevano per il ritorno all’Italia e per il rispetto della “Nota tripartita” con manifestazioni e cortei che nel marzo del 1952 sfociarono in gravi incidenti. Il tutto in una città che pullulava di spie e dove non c’era partito che non disponesse di proprie squadre armate. E nella zona B? Gli italiani che vi erano rimasti non se la passavano bene, soggetti com’erano a successive ondate di violenze fisiche e morali, alle disposizioni dell’economia socialista; alcuni riuscirono così a passare, non senza rischi, il confine tra le due zone; altri furono brutalmente espulsi. La tensione culminò nell’estate-autunno 1953: caduto il governo De Gasperi, il nuovo presidente del Consiglio italiano Giuseppe Pella ruppe gli indugi e decise di schierare le truppe al confine, pronto a penetrare nella zona A. Da parte loro gli angloamericani emanarono una nuova nota con cui si comunicava l’intenzione di sciogliere il TLT e di ritirarsi da Trieste. Ciò significava che questa sarebbe rimasta agli italiani e la zona B agli jugoslavi. Tito non la prese benissimo e dichiarò chiaramente di non voler rinunciare al capoluogo giuliano: truppe jugoslave furono così a loro volta schierate al confine tra le due zone. Una situazione esplosiva! Nelle giornate triestine del 5 e 6 novembre 1953 si svolsero nuove manifestazioni di italianità e questa volta sul terreno rimasero 6 morti, tra dimostranti e passanti: moltissimi furono i feriti. Le trattative diplomatiche si incagliarono nuovamente finché non fu trovato l’uovo di colombo: trovato il modo di non scontentare Tito, furono organizzate delle nuove trattative che portarono alla sottoscrizione del Memorandum di Londra (5 ottobre 1954) che, con alcuni aggiustamenti di confine favorevoli alla Jugoslava, sancì l’assegnazione della zona A all’Italia e della zona B alla Jugoslavia (il Trattato di Osimo del 1975 sancì la definitività della soluzione). Il 26 ottobre 1954, accolte da una marea di persone indifferenti alla pioggia e al maltempo, le truppe italiane entravano trionfalmente in una Trieste che traboccava di tricolori. La gioia della città era incontenibile… sullo sfondo rimaneva il dolore dei tanti italiani della zona assegnata alla Jugoslavia che, in seguito alle decisioni del Memorandum, dovettero abbandonare i propri beni alimentando le ultime fasi del lungo esodo giuliano-dalmata…  

26 ottobre 1954: Trieste torna all'Italia https://pop.acli.it/images/OTTOBRE_2024/Fabio_Foto_26-10-1954_piccola.jpg Redazione POP.ACLI