“Un lavoro non basta” è il titolo dell’analisi delle ACLI, che offre una fotografia dettagliata e preoccupante dell’impoverimento dei redditi da lavoro in Italia…

Nel contesto socioeconomico attuale, il lavoro, per molti, è ancora lontano dall’ essere garanzia di un’esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.). Sempre più persone, pur essendo occupate, vivono in condizioni di precarietà economica e sociale. Questo fenomeno non è un’eccezione, ma una realtà diffusa che colpisce in particolare le fasce più vulnerabili della popolazione: giovani, donne, residenti nelle periferie e nel sud del Paese. Il lavoro, che dovrebbe essere strumento di emancipazione e sicurezza, si rivela spesso insufficiente a garantire l’accesso ai beni essenziali e ai servizi fondamentali.

Le disuguaglianze, infatti, non si limitano al reddito. Esse si manifestano anche nella possibilità di accedere a cure sanitarie, all’istruzione, alla casa, alla mobilità. Vivere in un piccolo comune o in una regione economicamente svantaggiata può significare avere meno opportunità, salari più bassi e servizi meno accessibili. A ciò si aggiunge l’invecchiamento della popolazione e la crescente difficoltà, soprattutto per le fasce più fragili, di sostenere le spese sanitarie, che diventano un lusso per molti.

Anche quest’anno, grazie all’elaborazione di IREF, abbiamo promosso una ricerca: “Un lavoro non basta” è il titolo dell’analisi che offre una fotografia dettagliata e preoccupante dell’impoverimento dei redditi da lavoro in Italia. Le ACLI, attraverso i dati raccolti e le testimonianze, denunciano una situazione che richiede interventi strutturali e non estemporanei. Il lavoro deve essere uno strumento di dignità, come sancito dalla Costituzione.

La ricerca, presentata in occasione del 1° maggio, analizza un fenomeno crescente come confermano da diversi anni anche i dati ISTAT. In particolare, quest’anno siamo andati a vedere quanti si trovano nella condizione di chi, pur avendo un impiego, si trova vicino o sotto la soglia di povertà. Lo studio si basa su dati fiscali raccolti dal CAF ACLI relativi a 785.466 lavoratori dipendenti che hanno presentato il modello 730 nel 2024.

Da ISTAT sappiamo che circa il 7,6% dei lavoratori italiani si trova in una condizione di "povertà lavorativa", un dato che descrive una crescita del 55% in 10 anni e ricordiamo che l’incidenza della povertà relativa ha raggiunto il 14,5% nel 2024 (circa 8,5 milioni di persone).

La nostra ricerca, con un approccio più selettivo e mirato - concentrandosi esclusivamente su quei lavoratori che hanno avuto almeno nove mesi di attività lavorativa nell’anno fiscale - si è focalizzata su una fascia di lavoratori teoricamente più “stabile”, eppure comunque esposta alla povertà. Questo criterio prudenziale esclude quindi i lavoratori con occupazioni saltuarie o discontinue, che pure rappresentano una fetta importante del mercato del lavoro e che spesso, proprio a causa della precarietà, hanno retribuzioni più basse.

Un’altra differenza sostanziale riguarda la soglia di reddito utilizzata per definire il lavoro povero. L’IREF ha fissato questa soglia a 726 euro mensili, pari a 8.718 euro annui, un valore che rappresenta un reddito da lavoro insufficiente al sostentamento di un individuo che vive da solo. A differenza dell’ISTAT, che utilizza un indicatore di povertà relativa e considera il reddito familiare, l’IREF si concentra sul reddito individuale. Questo approccio consente di mettere in luce situazioni di vulnerabilità economica che potrebbero essere “nascoste” all’interno di nuclei familiari più ampi, ma che rappresentano comunque una condizione di disagio per il singolo lavoratore.

Chi sono, dunque, i lavoratori poveri secondo questa analisi? I dati mostrano una netta sovra-rappresentazione di alcune categorie. Le donne, ad esempio, risultano particolarmente penalizzate: l’11,6% delle lavoratrici si trova sotto la soglia di basso reddito, contro il 5,3% degli uomini. Questo divario di genere è un segnale evidente delle persistenti disuguaglianze nel mercato del lavoro, sia in termini di accesso che di retribuzione.

Anche i giovani sono fortemente colpiti: tra i 19 e i 30 anni, quasi un lavoratore su cinque guadagna meno di 726 euro al mese. Questo dato è particolarmente allarmante perché riguarda una fascia d’età che dovrebbe rappresentare il motore del futuro economico del Paese. La precarietà e la bassa retribuzione rischiano invece di compromettere le prospettive di autonomia e di progettualità di un’intera generazione.

Un altro elemento rilevante è lo stato civile: l’11,3% dei lavoratori single si trova in condizione di basso reddito, una percentuale significativamente più alta rispetto a quella dei coniugati. Questo suggerisce che la mancanza di una rete familiare di supporto può aggravare la vulnerabilità economica.

Dal punto di vista territoriale, le disuguaglianze sono marcate. In Basilicata, ad esempio, il 17,6% dei lavoratori è a basso reddito, mentre in Lombardia la percentuale scende al 6,5%. Ma il divario non si limita alle regioni: anche all’interno delle stesse aree geografiche, la differenza tra chi vive nei comuni interni e chi risiede nei centri urbani è significativa. I lavoratori delle aree periferiche (rispetto ai centri di servizi) guadagnano in media 4.000 euro in meno rispetto a quelli dei poli dotati dei principali servizi. E se si considera il genere, il quadro si aggrava ulteriormente: le donne che vivono nei comuni dell’Italia “interna” guadagnano il 38% in meno rispetto agli uomini dei centri con servizi. Questo dato evidenzia come la combinazione di più fattori - in questo caso geografici e di genere - possa amplificare le disuguaglianze.

Infine, la ricerca affronta anche il tema dell’accesso alle cure sanitarie, mettendo in luce un’altra forma di disuguaglianza. I lavoratori più poveri detrarrebbero in media 749 euro di spese sanitarie, contro i 1.369 euro dei lavoratori più abbienti. Questo significa che chi ha meno risorse economiche spende anche meno per la propria salute, non perché ne abbia meno bisogno, ma perché non può permetterselo. A livello territoriale, in Basilicata si detraggono in media 809 euro, contro i 1.123 euro della Lombardia: un divario del 28% che riflette non solo le differenze di reddito, ma anche quelle di accesso ai servizi sanitari.

Un altro aspetto importante da richiamare riguarda il lavoro nero, che colpisce in modo particolare i giovani. Attraverso la campagna “Poi vediamo. Stop al lavoro nero”, promossa dai Giovani delle ACLI si sta mettendo in luce anche quanto si evince da un’altra ricerca IREF: la maggior parte dei giovani NEET ha avuto esperienze di lavoro non regolare, e quasi la metà di loro si definisce economicamente autonomo. Questo dimostra che il lavoro nero non è una scelta, ma spesso l’unica possibilità concreta per chi vuole lavorare, ma non trova alternative nel mercato formale. È una forma di sfruttamento che priva i giovani di tutele, diritti e prospettive. Tanti, di fronte a poche opportunità stabili e correttamente remunerate, sono costretti ad emigrare. Questa “fuga”, oltre a segnare un dato di disuguaglianza, impoverisce il tessuto produttivo e il suo potenziale innovativo.

In questo scenario di complessità del lavoro di oggi, i dati forniti dal CAF ACLI ed elaborati da IREF si configurano come un osservatorio privilegiato del disagio economico. Attraverso questi dati raccolti in modo anonimo e sistematico, è possibile tracciare una mappa dettagliata delle fragilità sociali del Paese.

Le ACLI, forti della loro presenza capillare sul territorio e della loro capacità di ascolto, propongono soluzioni politiche fondate sull’evidenza e sull’esperienza concreta. L’obiettivo è restituire dignità al lavoro, garantire equità nell’accesso ai servizi e costruire un sistema di protezione sociale che non lasci indietro nessuno. Perché un Paese che non tutela i suoi lavoratori, soprattutto i più giovani e vulnerabili, è un Paese che rinuncia al proprio futuro.

Per le ACLI, il lavoro rappresenta una componente essenziale della vita umana, non solo come mezzo di sostentamento economico, ma anche come fondamento della dignità e della realizzazione personale.

Rimettere il lavoro al centro del dibattito come questione sociale e umana significa riconoscerne il ruolo determinante nell’esperienza individuale e nella sua capacità di contribuire al benessere collettivo, così come al progresso materiale e spirituale della società (art. 4 Cost.).

PACE, LAVORO  E DIGNITÀ - Lavoro e dignità: mai uno senza l’altra https://pop.acli.it/images/GIUGNO_2025/shutterstock_2174646593.jpg Redazione POP.ACLI